I figli della mezzanotte sono bambini nati tra la mezzanotte e l'una del 15 agosto 1947 e hanno poteri speciali.
Detto così può sembrare un libro fantastico, quasi adolescenziale.
Bhe non è così. Anzi è tutto il contrario. Non tutti i bambini nati in quel momento hanno poteri straordinari, ma solo quelli nati in India perchè il 15 agosto 1947 coincide con l'indipendenza indiana.
Il protagonista è Salem Sinai, che narra la sua vita a partire dalle origini della sua famiglia. Il libro è esattamente come ci si aspetterebbe di trovare un bazar indiano, caotico, pieno, straripante, pieno di flashback e anticipazioni. E' difficilissimo da seguire ed è difficilissimo da ricordare: a tutti i fatti viene data la stessa importanza.
Per quanto sembri importante l' incontro tra il nonno e la nonna materni di Salem o il primo matrimonio della madre del protagonista, il vero libro inizia con la nascita di Salem. Che scopriamo non essere il vero figlio dei personaggi finora descritti, ma essere stato scambiato nella culla da quella che poi diventerà la sua tata a causa del senso di colpa.
Salem ha il potere di entrare nella mente delle persone e un olfatto che gli permette di percepire le emozioni.
E lo vediamo così in mezzo a ogni genere di avventure, dalla perdita della memoria e l'arruolamento nell'esercito, dal matrimonio con una dei bambini della mezzanotte Parvati-la-strega, all'arresto e all'evirazione ordinata dalla Vedova (Indira Ghandi) per tutti i bambini della mezzanotte affinchè perdano i loro poteri, al ritrovamento della vecchia governante che lo ospita. Qui lui incontra Padma, la sua ascotatrice alla quale fa leggere il libro che sta scrivendo per il figlio che Parvati aveva avuto da Shiva, la nemesi di Salem nonchè il bambino con cui era stato scambiato, di cui Salem si era fatto carico dopo la morte della donna.
Come libro non è un granchè, la storia a grandi linee si capisce ma è farcita da minuscoli dettagli che si riversano sulle pagine e che fondalmentalmente non servono a nulla. Sono impossibili da ricordare tutti eppure dopo un centinaio di pagine rispuntano fuori in relazione a qualche altro dettaglio assolutamente inutile.
Non è il miglior libro che abbia mai letto, non è neanche brutto. E' una via di mezzo, ma non ve lo consiglio a patto che non siate affascinati dall' India.
lunedì 20 agosto 2012
domenica 12 agosto 2012
Candido - Voltaire
Io vi giuro che Candido l' ho letto. Ma non l' ho capito.Sinceramente non ho capito la sua filosofia e la sua morale. A parte forse che "Il lavoro è fine ultimo e se fatto con piacere scaccia noia, miseria e vizi". Questa è una mia supposizione.
Poi ho letto "Perchè leggere i classici" e c'era un saggio. Sono riuscita a capire meglio e ho deciso che forse anche voi, miei sette lettori, potreste preferire leggere una spiegazione di un uomo illustre come Calvino piuttosto che me mentre cerco di riassumere approssimativamente il saggio.
Candide o la velocità:
" Personaggi filiformi, animati da una guizzante mobilità, si allungano, si contorcono in una sarabanda di leggerezza graffiante: così Paul Klee nel 1911 illustrava il Candide di Voltaire, dando forma visuale - e quasi direi musicale - all'allegria energetica che questo libro - al di là del fitto involucro di riferimenti a un' epoca e a una cultura - continua a comunicare al lettore del nostro secolo.
Nel Candide oggi non è il racconto filosofico che più ci incanta, non è la satira, non è il prender forma di una morale e di una visione del mondo: è il ritmo. Con velocità e leggerezza, un susseguirsi di disgrazie supplizi massacri corre sulla pagina, rimbalza di capitolo in capitolo, si ramifica e moltiplica senza provocare nell' emotività del lettore altro effetto che d'una vitalità esilarante e primordiale. Se bastano le tre pagine del capitolo VII perché Cunégode renda conto di come, avendo avuto padre madre fratello fatti a pezzi dagli invasori, venga violentata, sventrata, curata, ridotta a far da lavandaia, fatta oggetto di contrattazione in Olanda e in Portogallo, divisa a giorni alterni tra due protettori di diversa fede, e così le capiti di assistere all' autodafé che ha per vittime Pangloss e Candide e a ricongiungersi con quest' ultimo, meno di due pagine del capitolo IX sono sufficienti perché Candide si trovi con due cadaveri tra i piedi e Cunégode possa esclamare: Come hai mai fatto, tu che sei nato così mansueto, ad ammazzare in due minuti un giudeo e un prelato? E quando la vecchia servente deve spiegare perché ha una natica sola, dopo aver cominciato a raccontare la sua vita da quando figlia di un papa, all' età di tredici anni, nello spazio di tre mesi aveva provato la miseria, la schiavitù, era stata violentata quasi tutti i giorni, aveva visto tagliare sua madre in quattro pezzi, aveva sopportato la fame e la guerra, e moriva appestata in Algeri, deve arrivare a dire dell'assedio di Azov e dell'insolita risorsa alimentare che i giannizzeri affamati trovano nelle natiche femminili, ebbene, qui le cose vanne più per le lunghe, ci vogliono due capitoli interi, diciamo sei pagine e mezzo.
La grande trovata del Voltaire umorista è quella che diventerà uno degli effetti più sicuri del cinema comico: l'accumularsi di disastri a grande velocità. E non mancano le improvvise accelerazioni di ritmo che portano al parossismo il senso dell'assurdo: quando la serie delle disavventure già velocemente narrate nella loro esposizione per disteso viene ripetuta in un riassunto a rotta di collo. E' in un gran cinematografo mondiale che Voltaire proietta nei suoi fulminei fotogrammi , è il giro del mondo in ottanta pagine, che porta Candide dalla Vestfalia natia all' Olanda al Portogallo all'America del Sud alla Francia all'Inghilterra a Venezia in Turchia, e si dirama nei giri del mondo suppletivi dei personaggi comprimari, maschi e soprattutto femmine, facili prede di pirati e mercanti di schiavi tra Gibilterra e Bosforo. Un gran cinematografo dell'attualità mondiale, soprattutto: coi villaggi massacrati nella guerra dei Sette Anni tra prussiani e francesi (i bulgari e gli àvari), il terremoto di Lisbona del 1755, gli autodafé dell' Inquisizione, i Gesuiti del Paraguay che rifiutano il dominio spagnolo e portoghese, le mitiche ricchezze degli Incas, e qualche flash più rapido sul protestantesimo in Olanda, sull' espandersi della sifilide, sulla pirateria mediterranea e atlantica, sulle guerre intestine del Marocco, sullo sfruttamento degli schiavi negri nella Guiana, lasciando un certo margine per le cronache letterarie e mondane parigine e per le interviste ai molti re spodestati del momento, convenuti al carnevale di Venezia.
Un mondo che va a catafascio, in cui nessuno si salva in nessun posto, se si eccettua l' unico paese saggio e felice, El Dorado. La connessione tra felicità e ricchezza dovrebbe essere esclusa, dato che gli Incas ignorano che la polvere d' oro delle strade e i ciottoli di diamanti abbiano tanto valore per gli uomini del Vecchio Mondo: eppure, vedi il caso, una società saggia e felice Candide la trova proprio tra i giacimenti di metalli preziosi. Là finalmente Pangloss potrebbe avere ragione, il migliore dei mondi possibili potrebbe essere realtà: solo che El Dorado è nascosto tra le più inaccessibili giogaie delle Ande, forse in uno strappo della carta geografica: è un non-luogo, un' utopia.
Ma se questo Bengodi ha quel tanto di vago e di poco convincente che è proprio delle utopie, il resto del mondo, con le sue assillanti tribolazioni, anche se raccontate alla svelta, non è affatto una rappresentazione di maniera. E' a questo prezzo che voi mangiate zucchero in Europa! dice il negro della Guiana olandese, dopo aver informato dei suoi supplizi in poche righe; e la cortigiana, a Venezia: Ah, signore, se lei potesse immaginare cos'è, dover accarezzare indifferentemente un vecchio mercante, un'avvocato, un frate, un gondoliere, un abate; essere esposta a tutti gli insulti, a tutti gli affronti; essere spesso ridotta a chiedere in prestito una gonna per andare a farsela togliere da un uomo ributtante; essere derubata da uno di quanto s'è guadagnato con l'altro; essere taglieggiata dagli ufficiali di giustizia, e non aver altra prospettiva che un' orrenda vecchiaia, un ospedale, un letamaio...
Certo i personaggi del Candide sembrano fatti di gomma: Pangloss marcisce dalla sifilide, lo impiccano, lo legano al remo di una galera, e lo ritroviamo sempre vivo e vegeto. Ma sarebbe sbagliato dire che Voltaire sorvoli sul costo delle sofferenze: quale altro romanziere ha il coraggio di farci ritrovare l'eroina che all'inizio è vivace di colorito, fresca, grassa, appetitosa, trasformata in una Cunégode inscurita, con gli occhi cisposi, il seno piatto, le guance rugose, le braccia rosse e screpolate ?
Ci accorgiamo a questo punto che la nostra lettura del Candide, che voleva essere tutta esterna, tutta in superficie, ci ha riportato al centro della filosofia, della visione del mondo di Voltaire. Che non è da riconoscersi soltanto nella polemica con l'ottimismo provvidenzialistico di Pangloss: a ben vedere, il mentore che accompagna Candide più a lungo non è lo sfortunato pedagogo leibniziano, ma il manicheo Martin, il quale è portato a vedere nel mondo solo le vittorie del diavolo; e se Martin sostiene la parte dell' anti-Pangloss, non si può certo dire che sia lui ad avere partita vinta. Vano - dice Voltaire - è cercare una spiegazione metafisica del male, come fanno l'ottimista Pangloss e il pessimista Martin, perchè questo male è soggettivo, indefinibile e non misurabile; il credo di Voltaire è antifinalistico, ossia, se il suo Dio ha un fine, sarà un fine imperscrutabile; un disegno dell' universo non esiste o, se esiste, spetta a Dio il conoscerlo e non all' uomo; il razionalismo di Voltaire è un atteggiamento etico e volontaristico che si campisce su uno sfondo teologico incommensurabile all' uomo quanto quello di Pascal.
Se questa giostra di disastri può essere contemplata col sorriso a fior di labbra è perchè la vita umana è rapida e limitata; c'è sempre qualcuno che può dirsi più sfortunato di noi; e chi putacaso non avesse nulla di cui lagnarsi, disponesse di tutto ciò che la vita può dare di buono, finirebbe come il signor Pococurante senatore veneziano, che se ne sta sempre con la puzza sotto il naso, a trovar difetti dove non dovrebbe trovar che motivi di soddisfazione e ammirazione. Il vero personaggio negativo del libro è lui, l'annoiato Pococurante; in fondo Pangloss e Martin, pur dando a domande vane risposte insensate, si dibattono negli strazi e nei rischi che sono la sostanza della vita.
La sommessa vena di saggezza che affiora nel libro attraverso marginali portavoce quali l'anabattista Jacques, il vegliardo inca, e quel savant parigino che somiglia molto all'autore,si dichiara alla fine per bocca del derviscio nella famosa morale del coltivare il nostro orto. Morale molto riduttiva, certo: che va intesa prima di tutto nel suo significato intellettuale antimetafisico: non devi porti altri problemi se non quelli che non puoi risolvere con la tua diretta applicazione pratica. E nel suo significato sociale: prima affermazione del lavoro come sostanza di ogni valore. Oggi l'esortazione il faut cultiver notre jardin suona ai nostri orecchi carica di connotazioni egoistiche e borghesi: quanto mai stonata se confrontata alle nostre preoccupazioni e angosce. Non è un caso che essa sia enunciata nell' ultima pagina, quasi già fuori da questo libro in cui il lavoro appare solo come dannazione e in cui i giardini vengono regolarmente devastati: è un' utopia anch'essa, non meno del regno degli Incas; la voce della ragione nel Candide è tutta utopica. Ma non è neppure un caso che sia la frase del Candide che ha avuto più fortuna, tanto da diventare proverbiale. Non dobbiamo dimenticare il radicale cambiamento epistemologico ed etico che questa enunciazione segnava (siamo nel 1759, esattamente trent'anni prima della presa della Bastiglia): l'uomo giudicato non più nel suo rapporto con un bene e un male trascendenti ma in quel poco o tanto che può fare. E di lì derivano tanto un morale del lavoro strettamente produttivistica nel senso capitalistico della parola, quanto una morale dell' impegno pratico responsabile concreto senza il quale non ci sono problemi generali che possano risolversi. Le vere scelte dell'uomo d'oggi, insomma, partono di lì.
Ma se questo Bengodi ha quel tanto di vago e di poco convincente che è proprio delle utopie, il resto del mondo, con le sue assillanti tribolazioni, anche se raccontate alla svelta, non è affatto una rappresentazione di maniera. E' a questo prezzo che voi mangiate zucchero in Europa! dice il negro della Guiana olandese, dopo aver informato dei suoi supplizi in poche righe; e la cortigiana, a Venezia: Ah, signore, se lei potesse immaginare cos'è, dover accarezzare indifferentemente un vecchio mercante, un'avvocato, un frate, un gondoliere, un abate; essere esposta a tutti gli insulti, a tutti gli affronti; essere spesso ridotta a chiedere in prestito una gonna per andare a farsela togliere da un uomo ributtante; essere derubata da uno di quanto s'è guadagnato con l'altro; essere taglieggiata dagli ufficiali di giustizia, e non aver altra prospettiva che un' orrenda vecchiaia, un ospedale, un letamaio...
Certo i personaggi del Candide sembrano fatti di gomma: Pangloss marcisce dalla sifilide, lo impiccano, lo legano al remo di una galera, e lo ritroviamo sempre vivo e vegeto. Ma sarebbe sbagliato dire che Voltaire sorvoli sul costo delle sofferenze: quale altro romanziere ha il coraggio di farci ritrovare l'eroina che all'inizio è vivace di colorito, fresca, grassa, appetitosa, trasformata in una Cunégode inscurita, con gli occhi cisposi, il seno piatto, le guance rugose, le braccia rosse e screpolate ?
Ci accorgiamo a questo punto che la nostra lettura del Candide, che voleva essere tutta esterna, tutta in superficie, ci ha riportato al centro della filosofia, della visione del mondo di Voltaire. Che non è da riconoscersi soltanto nella polemica con l'ottimismo provvidenzialistico di Pangloss: a ben vedere, il mentore che accompagna Candide più a lungo non è lo sfortunato pedagogo leibniziano, ma il manicheo Martin, il quale è portato a vedere nel mondo solo le vittorie del diavolo; e se Martin sostiene la parte dell' anti-Pangloss, non si può certo dire che sia lui ad avere partita vinta. Vano - dice Voltaire - è cercare una spiegazione metafisica del male, come fanno l'ottimista Pangloss e il pessimista Martin, perchè questo male è soggettivo, indefinibile e non misurabile; il credo di Voltaire è antifinalistico, ossia, se il suo Dio ha un fine, sarà un fine imperscrutabile; un disegno dell' universo non esiste o, se esiste, spetta a Dio il conoscerlo e non all' uomo; il razionalismo di Voltaire è un atteggiamento etico e volontaristico che si campisce su uno sfondo teologico incommensurabile all' uomo quanto quello di Pascal.
Se questa giostra di disastri può essere contemplata col sorriso a fior di labbra è perchè la vita umana è rapida e limitata; c'è sempre qualcuno che può dirsi più sfortunato di noi; e chi putacaso non avesse nulla di cui lagnarsi, disponesse di tutto ciò che la vita può dare di buono, finirebbe come il signor Pococurante senatore veneziano, che se ne sta sempre con la puzza sotto il naso, a trovar difetti dove non dovrebbe trovar che motivi di soddisfazione e ammirazione. Il vero personaggio negativo del libro è lui, l'annoiato Pococurante; in fondo Pangloss e Martin, pur dando a domande vane risposte insensate, si dibattono negli strazi e nei rischi che sono la sostanza della vita.
La sommessa vena di saggezza che affiora nel libro attraverso marginali portavoce quali l'anabattista Jacques, il vegliardo inca, e quel savant parigino che somiglia molto all'autore,si dichiara alla fine per bocca del derviscio nella famosa morale del coltivare il nostro orto. Morale molto riduttiva, certo: che va intesa prima di tutto nel suo significato intellettuale antimetafisico: non devi porti altri problemi se non quelli che non puoi risolvere con la tua diretta applicazione pratica. E nel suo significato sociale: prima affermazione del lavoro come sostanza di ogni valore. Oggi l'esortazione il faut cultiver notre jardin suona ai nostri orecchi carica di connotazioni egoistiche e borghesi: quanto mai stonata se confrontata alle nostre preoccupazioni e angosce. Non è un caso che essa sia enunciata nell' ultima pagina, quasi già fuori da questo libro in cui il lavoro appare solo come dannazione e in cui i giardini vengono regolarmente devastati: è un' utopia anch'essa, non meno del regno degli Incas; la voce della ragione nel Candide è tutta utopica. Ma non è neppure un caso che sia la frase del Candide che ha avuto più fortuna, tanto da diventare proverbiale. Non dobbiamo dimenticare il radicale cambiamento epistemologico ed etico che questa enunciazione segnava (siamo nel 1759, esattamente trent'anni prima della presa della Bastiglia): l'uomo giudicato non più nel suo rapporto con un bene e un male trascendenti ma in quel poco o tanto che può fare. E di lì derivano tanto un morale del lavoro strettamente produttivistica nel senso capitalistico della parola, quanto una morale dell' impegno pratico responsabile concreto senza il quale non ci sono problemi generali che possano risolversi. Le vere scelte dell'uomo d'oggi, insomma, partono di lì.
sabato 11 agosto 2012
Perché leggere i classici - Italo Calvino
1- I classici sono quei libri di cui si sente di solito dire: "Sto rileggendo..." e mai "Sto leggendo..."
2-Si dicono classici quei libri che costituiscono una ricchezza per chi li ha letti e amati; ma costituiscono una ricchezza non minore per chi si riserva la fortuna di leggerli per la prima volta nelle condizioni migliori per gustarli.
3-I classici sono libri che esercitano un'influenza particolare sia quando s'impongono come indimenticabili, sia quando si nascondono nelle pieghe della memoria mimetizzandosi da inconscio collettivo o individuale.
4- D'un classico ogni rilettura è una lettura di scoperta come la prima.
5- D'un classico ogni prima lettura è in realtà una rilettura.
6- Un classico è un libro che non ha mai finito di dire quel che ha da dire.
7-I classici sono quei libri che ci arrivano portando su di sé la traccia delle letture che hanno preceduto la nostra e dietro di sé la traccia che hanno lasciato nella cultura o nelle culture che hanno attraversato.
8- Un classico è un'opera che provoca incessantemente un pulviscolo di discorsi critici su di sé, ma continuamente se li scrolla di dosso.
9- I classici sono libri che quanto più si crede di conoscerli per sentito dire, tanto più quando si leggono davvero si trovano nuovi, inaspettati, inediti.
10- Chiamasi classico un libro che si configura come equivalente dell' universo.
11- Il "tuo" classico è quello che non può esserti indifferente e che ti serve per definire te stesso in rapporto e magari in contrasto con lui.
12- E' classico ciò che tende a relegare l'attualità al rango di rumore di fondo, ma nello stesso tempo di questo rumore di fondo non può fare a meno.
13- E' classico ciò che persiste come rumore di fondo anche là dove l'attualità più incompatibile fa da padrone.
Così Calvino descrive i classici. Queste definizioni vengono dal saggio di apertura del libro "Perchè leggere i classici", appunto. Il libro è una raccolta di saggi d'analisi sui classici. Calvino ci parla dell' "Odissea", dell' "Anabasi" di Senofonte, delle "Metamorfosi" di Ovidio, della "Storia Naturale" di Plinio il Vecchio.
Non ci sono però solo classici greci e latini. Classico non si restringe a questa definizione. Un classico è anche Nezami con le sue "Sette principesse" o il poema cavalleresco spagnolo "Tirant lo Blanc".E' sicuramente un classico che merita di essere descritto "L'Orlando furioso".
Oppure invece di trovare un libro o un autore famoso, come Galileo, si possono anche scoprire nuovi classici o nuovi autori come Girolamo Cardano o Savinien de Cyrano, meglio conosciuto come Cyrano de Bergerac, che a quanto pare è anche un autore e non solo un personaggio.
Si spazia da "Robinson Crusoe" a "Candido" passando per "Jacque le fataliste" di Diderot.
Particolare attenzione viene data a Stendhal e a Montale.
Il saggio su Balzac mi è sembrato particolarmente tirato nel punto in cui lo scrittore preso in esame viene associato ad un saggio su Baudelaire in cui il termine di paragone è Victor Hugo, in cui Calvino ci chiede di sostituire il nome di Balzac a quello di Hugo.
Leggendo questo libro viene voglia di leggere alcuni di questi libri. Io consiglio "Il nostro amico comune" di Dickens o "Due ussari" di Tolstoj o "L' uomo che corruppe Hadleyburg" di Twain.
Alcuni però sono talmente noiosi che sconsiglio "Il dottor Zivago" di Pasternak e Conrad e Ponge e Queneau.
Anche se secondo Ponge : "esistere potrebbe essere un' esperienza più intensa e interessante e vera di quel distratto tran-tran in cui si è incallita la nostra mente."
E questo posso accettarlo. Ma non posso leggere infinite descrizioni di porte e alberi. O per lo meno, potrei, se dopo ci fosse altro.
E poi Calvino mi ha "fregato"! Nel retro del libro dice: " Se la scintilla non scocca, niente da fare: non si leggono i classici per dovere o per rispetto, ma solo per amore."
Questo vuol dire che posso rifiutarmi di leggere un classico palloso?
SI! TRANNE CHE A SCUOLA. Ecco la fregatura! Andiamo allora: tutti a leggere! Dopotutto non serve a questo il mio blog?
2-Si dicono classici quei libri che costituiscono una ricchezza per chi li ha letti e amati; ma costituiscono una ricchezza non minore per chi si riserva la fortuna di leggerli per la prima volta nelle condizioni migliori per gustarli.
3-I classici sono libri che esercitano un'influenza particolare sia quando s'impongono come indimenticabili, sia quando si nascondono nelle pieghe della memoria mimetizzandosi da inconscio collettivo o individuale.
4- D'un classico ogni rilettura è una lettura di scoperta come la prima.
5- D'un classico ogni prima lettura è in realtà una rilettura.
6- Un classico è un libro che non ha mai finito di dire quel che ha da dire.
7-I classici sono quei libri che ci arrivano portando su di sé la traccia delle letture che hanno preceduto la nostra e dietro di sé la traccia che hanno lasciato nella cultura o nelle culture che hanno attraversato.
8- Un classico è un'opera che provoca incessantemente un pulviscolo di discorsi critici su di sé, ma continuamente se li scrolla di dosso.
9- I classici sono libri che quanto più si crede di conoscerli per sentito dire, tanto più quando si leggono davvero si trovano nuovi, inaspettati, inediti.
10- Chiamasi classico un libro che si configura come equivalente dell' universo.
11- Il "tuo" classico è quello che non può esserti indifferente e che ti serve per definire te stesso in rapporto e magari in contrasto con lui.
12- E' classico ciò che tende a relegare l'attualità al rango di rumore di fondo, ma nello stesso tempo di questo rumore di fondo non può fare a meno.
13- E' classico ciò che persiste come rumore di fondo anche là dove l'attualità più incompatibile fa da padrone.
Così Calvino descrive i classici. Queste definizioni vengono dal saggio di apertura del libro "Perchè leggere i classici", appunto. Il libro è una raccolta di saggi d'analisi sui classici. Calvino ci parla dell' "Odissea", dell' "Anabasi" di Senofonte, delle "Metamorfosi" di Ovidio, della "Storia Naturale" di Plinio il Vecchio.
Non ci sono però solo classici greci e latini. Classico non si restringe a questa definizione. Un classico è anche Nezami con le sue "Sette principesse" o il poema cavalleresco spagnolo "Tirant lo Blanc".E' sicuramente un classico che merita di essere descritto "L'Orlando furioso".
Oppure invece di trovare un libro o un autore famoso, come Galileo, si possono anche scoprire nuovi classici o nuovi autori come Girolamo Cardano o Savinien de Cyrano, meglio conosciuto come Cyrano de Bergerac, che a quanto pare è anche un autore e non solo un personaggio.
Si spazia da "Robinson Crusoe" a "Candido" passando per "Jacque le fataliste" di Diderot.
Particolare attenzione viene data a Stendhal e a Montale.
Il saggio su Balzac mi è sembrato particolarmente tirato nel punto in cui lo scrittore preso in esame viene associato ad un saggio su Baudelaire in cui il termine di paragone è Victor Hugo, in cui Calvino ci chiede di sostituire il nome di Balzac a quello di Hugo.
Leggendo questo libro viene voglia di leggere alcuni di questi libri. Io consiglio "Il nostro amico comune" di Dickens o "Due ussari" di Tolstoj o "L' uomo che corruppe Hadleyburg" di Twain.
Alcuni però sono talmente noiosi che sconsiglio "Il dottor Zivago" di Pasternak e Conrad e Ponge e Queneau.
Anche se secondo Ponge : "esistere potrebbe essere un' esperienza più intensa e interessante e vera di quel distratto tran-tran in cui si è incallita la nostra mente."
E questo posso accettarlo. Ma non posso leggere infinite descrizioni di porte e alberi. O per lo meno, potrei, se dopo ci fosse altro.
E poi Calvino mi ha "fregato"! Nel retro del libro dice: " Se la scintilla non scocca, niente da fare: non si leggono i classici per dovere o per rispetto, ma solo per amore."
Questo vuol dire che posso rifiutarmi di leggere un classico palloso?
SI! TRANNE CHE A SCUOLA. Ecco la fregatura! Andiamo allora: tutti a leggere! Dopotutto non serve a questo il mio blog?
venerdì 10 agosto 2012
Una giornata nell'antica Roma - Alberto Angela
L'antica Roma io me la sono sempre immaginata piena di uomini importanti, politici, comandanti, imperatori, Giulio Cesare, Silla, Mario, Ottaviano Augusto, Pompeo, Antonio. Tutti conosciamo questi nomi. Chi più chi meno dettagliatamente, tutti abbiamo studiato la storia romana e i grandi personaggi storici.
Quello su cui non ci siamo mai concentrati è la vita comune, quello che faceva la gente normale, come noi. Non spicca nessun nome importante nella narrazione, vediamo la vita comune in scena.
Arriviamo nell'antica Roma all'alba. Davanti a noi una statua di marmo all'incrocio di una strada.
Siamo un' incrocio tra viaggiatori del tempo e fantasmi invisibili. Entriamo in una domus patrizia, ne studiamo l'architettura e l'arredamento, vediamo il padrone svegliarsi e vestirsi, vediamo la padrona svegliarsi e vestirsi, la toletta di entrambi , la colazione. Entriamo in una insula e vediamo i piani bassi, quasi signorili, e i degradatissimi piani alti. Scopriamo i negozi, le botteghe, le divinità. Vediamo gli insegnanti elementari per le strade, entriamo nel Foro Boario, mercato delle bestie, e ci troviamo al mercato degli schiavi. Cerchiamo di comprendere questo oscuro commercio, ci vengono spiegati i loro compiti e le modalità di liberazione. Andiamo ai Fori, passiamo per la Basilica Giulia, dove assistiamo ad un processo, e poi al Senato. Andiamo nelle latrine pubbliche, assistiamo ad una nascita e incontriamo Tacito. Mangiamo un boccone in una taverna e facciamo un bagno alle terme. Paghiamo per entrare al Colosseo dove vediamo incontri tra i gladiatori. Seguiamo un signore invitato a banchetto e ci vengono raccontate stranissime ricette. Ci ritroviamo a mezzanotte davanti a una statua di marmo all'incrocio di una strada.
Curiosità e fatti sono documentati. Gli episodi sono ricostruiti sulla base di ritrovamenti archeologici dettagliati. Ho trovato simpatici e carini gli approfondimenti, come quello sui nomi romani, quello sul valore del denaro o quello dove veniva spiegato per filo e per segno come indossare una toga con tanto di disegno (utile anche per travestirsi a Carnevale!).
La lettura è scorrevole e piacevole.
Se siete curiosi, merita di essere letto.
Quello su cui non ci siamo mai concentrati è la vita comune, quello che faceva la gente normale, come noi. Non spicca nessun nome importante nella narrazione, vediamo la vita comune in scena.
Arriviamo nell'antica Roma all'alba. Davanti a noi una statua di marmo all'incrocio di una strada.
Siamo un' incrocio tra viaggiatori del tempo e fantasmi invisibili. Entriamo in una domus patrizia, ne studiamo l'architettura e l'arredamento, vediamo il padrone svegliarsi e vestirsi, vediamo la padrona svegliarsi e vestirsi, la toletta di entrambi , la colazione. Entriamo in una insula e vediamo i piani bassi, quasi signorili, e i degradatissimi piani alti. Scopriamo i negozi, le botteghe, le divinità. Vediamo gli insegnanti elementari per le strade, entriamo nel Foro Boario, mercato delle bestie, e ci troviamo al mercato degli schiavi. Cerchiamo di comprendere questo oscuro commercio, ci vengono spiegati i loro compiti e le modalità di liberazione. Andiamo ai Fori, passiamo per la Basilica Giulia, dove assistiamo ad un processo, e poi al Senato. Andiamo nelle latrine pubbliche, assistiamo ad una nascita e incontriamo Tacito. Mangiamo un boccone in una taverna e facciamo un bagno alle terme. Paghiamo per entrare al Colosseo dove vediamo incontri tra i gladiatori. Seguiamo un signore invitato a banchetto e ci vengono raccontate stranissime ricette. Ci ritroviamo a mezzanotte davanti a una statua di marmo all'incrocio di una strada.
Curiosità e fatti sono documentati. Gli episodi sono ricostruiti sulla base di ritrovamenti archeologici dettagliati. Ho trovato simpatici e carini gli approfondimenti, come quello sui nomi romani, quello sul valore del denaro o quello dove veniva spiegato per filo e per segno come indossare una toga con tanto di disegno (utile anche per travestirsi a Carnevale!).
La lettura è scorrevole e piacevole.
Se siete curiosi, merita di essere letto.
domenica 22 luglio 2012
200!
200 visualizzazioni in neanche tre mesi!
Forse mi esalto troppo, non è un record mondiale ma basta e avanza!
Grazie a tutti
sabato 21 luglio 2012
Il maestro e Margherita - Michail Bulgakov
"Il maetro e Margherita" ovvero "i manoscritti non bruciano".
Come descrivere il libro più strano che abbia mai letto?
Lettura quasi obbligata per la prof. di italiano, avendolo in casa sotto la spinta di una madre il cui unico ricordo è che "le era piaciuto", mi sono ritrovata a leggere questo libro.
Già mi vedevo china su un tomo russo infinito e pesante, dove la protagonista si butta sotto un treno (si so che non c'entra niente ed è un altro libro).
L' eccezzione che conferma la regola oppure la dimostrazione che i miei sono solo pregiudizi? Per ora non è dato saperlo, ma torniamo al nostro libro.
Satana compare un pomeriggio a Mosca attorniato da uno stuolo di personaggi strani, un gatto parlante (il mio preferito, è un gatto!), un demone guercio e zannuto e un uomo con il pince-nez. Quando Satana, detto Woland, compare in un parco pubblico e preannuncia un' improbabile morte a un editore, il giovane poeta in sua compagnia impazzisce vedendo il fatto accadere e viene portato in un manicomio.
Mentre Satana imperversa per la città teletrasportando persone da un capo all' altro della Russia, decapitando e riattaccando la testa a un povero presentatore, regalando banconote trasforabili in api ed etichette di bottiglie, oh insomma, facendo casini; Ivan il poeta incontra il Maestro.
Chi è il Maestro? Una delle tante vittime di Satana finite in manicomio? No.
Il Maestro è dove è per motivi tutti suoi. Tutto inizia con Ponzio Pilato. Si, avete capito bene, Ponzio Pilato.
Questa figura che apparentemente non c' entra niente con la Russia di metà Novecento accompagna tutto il libro. Quasi all' inizio; è l'idea fissa di Ivan. A metà del libro; porta la depressione del Maestro. Alla fine; è il simbolo del lieto fine.
Il Maestro incontra Margherita, una ricca donna sposata, e i due si innamorano.
("L'amore ci si parò davanti come l'assassino spunta da sottoterra nel vicolo, e ci colpì entrambi, all' improvviso. Così colpisce il fulmine, così colpisce il pugnale!")
E' Margherita a incoraggiare il Maestro a scrivere un libro su Ponzio Pilato. Una storia particolare e diversa da come la conosciamo noi, ma non è importante ai fini di ciò che sto scrivendo. Solo che il libro non può vendere e di conseguenza non può essere pubblicato. E il Maestro cade in depressione. Margherita è disperata e non sa come trovare il suo vero amore.
E mentre Mosca impazzisce, Woland sta organizzando il grande ballo di Satana per il quale
ha bisogno di una Margherita (anche se mi è sembrato un po' stiracchiato il fatto che la padrona di casa debba chiamarsi Margherita) che faccia gli onori di casa. E in cambio Margherita ottiene il suo amante.
Con sorpresina finale....
***
Ma forse vi chiederete perchè "i manoscritti non bruciano". Diciamo a scopo educativo/ curiosità che questa parte è autobiografica. Il manoscritto di questo libro fu scritto e riscritto in 20 anni, non poteva essere pubblicato per la censura e la storia del Maestro frustrato e di una Russia che nega anche l' evidenza e la copre è anche la storia di Bulgakov. E non essendo riuscito in vent'anni a bruciarlo, il suo manoscritto è stato pubblicato. E anche quello del Maestro non è bruciato. Margherita l'ha conservato.
Come descrivere il libro più strano che abbia mai letto?
Lettura quasi obbligata per la prof. di italiano, avendolo in casa sotto la spinta di una madre il cui unico ricordo è che "le era piaciuto", mi sono ritrovata a leggere questo libro.
Già mi vedevo china su un tomo russo infinito e pesante, dove la protagonista si butta sotto un treno (si so che non c'entra niente ed è un altro libro).
L' eccezzione che conferma la regola oppure la dimostrazione che i miei sono solo pregiudizi? Per ora non è dato saperlo, ma torniamo al nostro libro.
Satana compare un pomeriggio a Mosca attorniato da uno stuolo di personaggi strani, un gatto parlante (il mio preferito, è un gatto!), un demone guercio e zannuto e un uomo con il pince-nez. Quando Satana, detto Woland, compare in un parco pubblico e preannuncia un' improbabile morte a un editore, il giovane poeta in sua compagnia impazzisce vedendo il fatto accadere e viene portato in un manicomio.
Mentre Satana imperversa per la città teletrasportando persone da un capo all' altro della Russia, decapitando e riattaccando la testa a un povero presentatore, regalando banconote trasforabili in api ed etichette di bottiglie, oh insomma, facendo casini; Ivan il poeta incontra il Maestro.
Chi è il Maestro? Una delle tante vittime di Satana finite in manicomio? No.
Il Maestro è dove è per motivi tutti suoi. Tutto inizia con Ponzio Pilato. Si, avete capito bene, Ponzio Pilato.
Questa figura che apparentemente non c' entra niente con la Russia di metà Novecento accompagna tutto il libro. Quasi all' inizio; è l'idea fissa di Ivan. A metà del libro; porta la depressione del Maestro. Alla fine; è il simbolo del lieto fine.
Il Maestro incontra Margherita, una ricca donna sposata, e i due si innamorano.
("L'amore ci si parò davanti come l'assassino spunta da sottoterra nel vicolo, e ci colpì entrambi, all' improvviso. Così colpisce il fulmine, così colpisce il pugnale!")
E' Margherita a incoraggiare il Maestro a scrivere un libro su Ponzio Pilato. Una storia particolare e diversa da come la conosciamo noi, ma non è importante ai fini di ciò che sto scrivendo. Solo che il libro non può vendere e di conseguenza non può essere pubblicato. E il Maestro cade in depressione. Margherita è disperata e non sa come trovare il suo vero amore.
E mentre Mosca impazzisce, Woland sta organizzando il grande ballo di Satana per il quale
ha bisogno di una Margherita (anche se mi è sembrato un po' stiracchiato il fatto che la padrona di casa debba chiamarsi Margherita) che faccia gli onori di casa. E in cambio Margherita ottiene il suo amante.
Con sorpresina finale....
***
Ma forse vi chiederete perchè "i manoscritti non bruciano". Diciamo a scopo educativo/ curiosità che questa parte è autobiografica. Il manoscritto di questo libro fu scritto e riscritto in 20 anni, non poteva essere pubblicato per la censura e la storia del Maestro frustrato e di una Russia che nega anche l' evidenza e la copre è anche la storia di Bulgakov. E non essendo riuscito in vent'anni a bruciarlo, il suo manoscritto è stato pubblicato. E anche quello del Maestro non è bruciato. Margherita l'ha conservato.
domenica 1 luglio 2012
Ayla figlia della terra - Jean M. Auel
Primo libro di una serie assurdamente lunga iniziata negli anni ottanta e terminata nel febbraio di quest'anno (non vi preoccupate sono sei libri, non trenta), è il capostipite del romanzo storico. Ovviamente non è il capostipite nel senso che è stato il primo a essere scritto, ma per il periodo storico preso in esame.
Esattemente non conosco la datazione, diciamo che indicativamente il libro parla degli svariati milioni di anni prima della nascita di Cristo, diciamo prima ancora dell' invenzione della scrittura.
Eppure non è una palla come si potrebbe credere. (anche se io, patita dei romanzi storici, non faccio molto testo).
La vita nella preistoria può essere molto interessante se vi interessa sapere come fabbricare cestini e creare utensili dalla pietra.
Scherzi a parte, visto che non è un manuale, Ayla è una "homo sapiens" che all' età di quattro anni perde la sua famiglia e tribù in un terremoto e comincia a vagare senza una meta fino a cadere semi-morente per la fame, la sete e l'attacco di un leone delle caverne. Viene ritrovata svenuta della "donna-medicina" di un' altra tribù. Di "homo neanderthaliensis", però. (O almeno questo è quello che ho intuito guardando su Wikipedia le datazioni e le ricostruzioni confrontandole alle descrizioni della Auel. - Siete avvisati su possibili errori.-).
Così la piccola Ayla impara il linguaggio dei segni (gli altri non sanno parlare) e gli usi e i costumi di una civiltà che potremmo definire "retrograda" anche per l'epoca. Il suo totem forte (il leone delle caverne, appunto) e il suo aspetto fisico orribile (De gustibus... oggi sarebbe un gran pezzo di... ehm... ragazza invidiabile: alta, magra, bionda, occhi azzurri.) le impediscono di trovare "marito".
A quanto pare però il figlio del capo tribù, che la odia profondamente, decide che spassarsela con lei potrebbe essere una nuova magnifica forma di umiliazione, almeno finchè lei non rimane incinta e partorisce un "abominio", frutto di "spiriti misti".
L'odio di questo "amabile" signore deriva dal fatto che Ayla non è una donna come le altre ma tende a invadere campi prettamente maschili con un ingenio straordinario. Ad esempio, lei è la prima donna, secondo la tribù, a voler cacciare.
(ATTENZIONE: Se volete leggere questo libro perchè siete già stati ispirati non leggete oltre, potrei togliervi il gusto, altrimenti, se non vi intriga abbastanza o non temete per il finale, avanti tutta!)
Così quando il figlio del capo si trova a essere il capo, lei viene gentilmente bandita e costretta ad abbandonare il figlio.
Nel secondo libro questa incredibile donna, piena di femminismo prima ancora che fosse creato, è la prima in assoluto a: addestrare un cavallo, salvare e addomesticare un leone delle caverne (che è grande più o meno il triplo di moderno leone) e allevare un lupo.
Un giorno mentre è in esplorazione trova semi-morente un uomo come lei e trova l'amore. I due vivono felici e contenti nella caverna di lei, ma lui prova una struggente nostalgia per la sua tribù e vorrebbe tornare indietro. Così quando incontrano un'altra tribù decidono di pasare con loro l'inverno e partire poi.
Nel terzo libro vediamo un triangolo amoroso che al confronto Twilight gli fa il solletico. Nella nuova tribù incontra un bel moro proveniente dalle terre del sud che non ama, ma con il quale finisce a letto... diciamo per un incidente di percorso. Così il bel biondo di prima ci rimane con un palmo di naso e dopo circa due-trecento pagine di struggimenti vari, in cui l'unica richiesta da parte del lettore è: "Per favore parlate tra di voi visto che avete il dono della parola e chiaritevi", decide di partire finalmente inseguito da Ayla che molla il prestante tipo dalla pelle d'ebano.
Nel quarto libro, decisamente il più noioso, i due piccioncini attraversano buona parte dell' Europa, unico colpo di scena degno di nota: lei è incinta. Nel mezzo di un ghiacciaio.
Nel quinto libro finalmente giungono da questa agognata tribù dove Ayla deve adattarsi, cosa che sembra riuscirle molto bene, e caversela contro l' ex-fidanzata di lui.
Il sesto libro non ve lo racconto, ho già fatto abbastanza spoiler e spero di non avervi tolto tutto il gusto, ma ero lanciata nella scrittura. Se volete leggere i libri seguenti senza affaticarvi a cercare su Internet i titoli sono: "La valle dei cavalli", "Gli eletti di Mut", "Le pianure del passaggio", "Focolari di pietra","La terra delle caverne dipinte".
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