I barbari - da "Racconti che fanno le fusa" di Julia Deuley
Anche noi abbiamo avuto epoche di grande barbarie e forsennata bestialità, nel corso delle quali eravamo preda delle nostre aberrazioni e dell'avidità suicida.
Assai prima della comparsa dell' uomo sulla Terra, quando ancora i suoi antenati erano scimmie brutte e cagionevoli di salute, urlanti e gesticolanti, che si spulciavano all'entrata delle caverne, o fuggivano pietosamente all' avvicinarsi dei grandi dinosauri, anche noi abbiamo avuto le nostre industrie e le nostre città, i poliziotti, i commercianti, i soldati, i nostri ministri, le nostre guerre e le nostre alleanze, le scoperte e le grandi possibilità della tecnologia, i nostri eruditi e i nostri ricercatori.
Abbiamo avuto il nostro bestiame e i nostri allevamenti, mandrie di ratti e di topi ben nutriti, voliere di tortore e di passeri trattati con molta cura.
Abbiamo avuto anche le nostre religioni e le chiese, quando avevamo l'estremo candore di credere che un super capo cosmico, onnipotente e onnisciente, avesse creato questo universo a nostra immagine e sorvegliasse ogni nostro minimo gesto o pensiero. Abbiamo avuto fanatici e illuminati.
Ma ciò è accaduto, a dire la verità, molto, molto tempo fa.
Allora eravamo soggetti a una complessa rete di leggi sociali e famigliari, strettamente collegate le une alle altre, emanazione dei costumi, delle tradizioni e delle regole morali. La nostra condotta era dettata dalle emozioni più disordinate e la pesantezza delle abitudini ci impediva di respirare liberamente.
Le nostre relazioni amorose erano così complicate, così strampalate che finivano per inaridire la sorgente pura e semplice del vero piacere.
Anche noi possedevamo quella strana superstizione che consisteva nell'essere persuasi che ciascun essere possedeva un' anima, rappresentava una entità individuale isolata, separata e dotata di un nome e una forma specifica.E anche noi avevamo talmente paura della morte, che conducevamo un' esistenza contro natura, tutta attenta ai pericoli, ai rischi, alle probabilità di fallimento, elle eventualità di catastrofi e alla sofferenza...
Una simile follia avrebbe potuto portarci verso qualche forma di annientamento collettivo. Ma abbiamo compreso in tempo la stupidità di una simile organizzazione, la fuorviante incongruità di simili credenze, l'inanità delle conquiste, la stupidità degli affetti eccessivi. Così abbiamo abbandonato le nostre città, distrutto i nostri arsenali, liberati i topi e gli uccelli che ingrassavamo nelle nostre fattorie, rinunciato a far cuocere i nostri alimenti; inoltre abbiamo deciso di fare a meno di tutte le forme di linguaggio articolate, a tal punto che adesso non abbiamo più bisogno di spiegarci per capirci.
Di quest'epoca lontana, abbiamo conservato soltanto un'abitudine, quella di nascondere i nostri escrementi. Per la toilette quotidiana, la nostra lingua è ben più efficace di qualsiasi altro tipo di sapone. Oggi siamo liberi e pienamente felici.
Da quando il genere umano è ricaduto nei nostri errori passati, lo osserviamo con attenzione. Queste grandi scimmie imberbi imitano i nostri trascorsi senza saperlo.
Anche noi avevamo preso i cani al nostro servizio. Ma il loro modo di essere servili ci ha stancati e li abbiamo allontanati da noi con decisione. Ecco perchè oggi ci guardano spesso con un rancore atavico.
Lasciamo che gli uomini, da sempliciotti quali sono, ci trattino come animali domestici, vagamente stravaganti e un po' poetici. Lasciamo che ci attribuiscano dei nomignoli grotteschi, seppure nessuno di noi porti un nome da millenni.
Un solo punto risveglia a volte la nostra inquietudine: gli uomini stanno per insozzare, oscurare e avvelenare questo meraviglioso pianeta, al punto che il nostro intervento rischia di essere urgente. Allora ci metteremo d'accordo con la Notte, la nostra amica di sempre, per inghiottire l'umanità al centro di un sole nero.
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sabato 2 giugno 2012
La donna dei primi tempi
La donna dei primi tempi - di Ruyard Kipling da "Racconti che fanno le fusa" di Julia Deuley
Quando la donna dei primi tempi ebbe costruito la sua prima dimora, una capanna rudimentale, ma che la proteggeva dal freddo e dalle intemperie, quando ebbe costruito il suo primo focolare e fu messa a cuocere la sua prima minestra di brodo, un giovane gatto, attratto dal calore e allettato dai profumi appetitosi, venne a grattare alla sua porta.
"Chi sei e cosa speri di ottenere?" chiese la donna, tutta indaffarata ai fornelli.
"Sono un gatto e vorrei approfittare della tua ospitalità."
"Non se ne parla nemmeno" disse la donna dei primi tempi. "Qui non c'è posto per te e nemmeno del cibo in più! Vattene, bestia immonda, e non tornare, se non vuoi che ti tiri il collo!"
Il gatto se ne andò, ma si stabilì con discrezione nei paraggi.
La notte seguente, sentì delle urla che provenivano dalla capanna. Attraverso una fessura, vide la donna appollaiata su uno sgabello. I tratti del suo viso erano deformati dalle smorfie di terrore e non riusciva a smettere di gridare. Sul pavimento un minuscolo sorcio curiosava e scodinzolava qua e là.
"Aiuto!" urlava a perdifiato la donna. "Come posso sbarazzarmi di questo mostro? E poi, se rientra il mio uomo, mi troverà sporca e spettinata. Mi ripudierà,"
"O donna" disse il gatto "se io ti restituisco la tua bellezza, mi lascerai dormire sotto il tuo tetto?"
"Promesso" gemette "ma non vedo come..."
Il gatto balzò dentro la capanna e divorò il sorcio.
La donna dei primi tempi ridivenne bella e dovette mantenere la parola data.
Passarono i giorni e le settimane e l'uomo non tornava. La donna languiva e si annoiava. Impallidiva sempre più a causa della sua tristezza e faceva pena.
"O donna" le disse il gatto "se ti restituisco la gioia, mi lascerai mangiare una parte del tuo cibo?"
"Promesso" accettò la donna scuotendo malinconicamente la testa. "ma non vedo proprio come..."
Il gatto allora acchiappò una pagliuzza e si mise a giocare come un matto, facendo mille stramberie e capriole divertenti. Alla fine, la donna scoppiò a ridere. Avendo ritrovato la serenità, dovette mantenere la parola data. Tutte le mattine, il gatto ricevette una ciotola colma di buon cibo vicino al fuoco.
Alcune settimane dopo, la donna venne a sapere che il suo uomo se ne era andato per raggiungere una giovane di un villaggio lontano. Fu presa allora da una furia selvaggia. Ne seguì un lungo periodo di collera che, a poco a poco, si trasformò in un carattere litigioso e insopportabile. Un giorno il gatto le disse: "O donna, se ti restituisco la tua umanità, mi concederai l'amicizia?"
"Promesso. Ma non contarci molto. Mi stupirei se ci riuscissi..."
Il gatto attese la mezzanotte, poi uscendo dalla capanna cominciò a miagolare in modo straziante, da stringere il cuore. Svegliata di soprassalto, la donna dei primi tempi ritrovò la sua pietà e la capacità di commuoversi.
"Chi è mai quella povera creature abbandonata che piange tutta sola nel cuore della notte?"
Vedendo che si trattava del gatto, la donna dovette ammettere che le aveva restituito la sua umanità perduta.
Molti anni dopo, quando la donna fu preda delle miserie e delle fatiche della vecchiaia, si mise a temere la morte al punto che una pressante angoscia la teneva prigioniera e le rovinava gli ultimi bei momenti della sua vita.
"O donna" disse allora il gatto "se ti restituirò la tua serenità, mi prometti di ridarmi la libertà?"
"E sia, amico mio. Ma questa volta, temo proprio che sia veramente impossibile..."
Il gatto cominciò a fare le fusa: ron ron. E la donna dei primi tempi, rilassata e serena, provò una pienezza sconosciuta.
Ovviamente, dovette mantenere la parola data.
Quando la donna dei primi tempi ebbe costruito la sua prima dimora, una capanna rudimentale, ma che la proteggeva dal freddo e dalle intemperie, quando ebbe costruito il suo primo focolare e fu messa a cuocere la sua prima minestra di brodo, un giovane gatto, attratto dal calore e allettato dai profumi appetitosi, venne a grattare alla sua porta.
"Chi sei e cosa speri di ottenere?" chiese la donna, tutta indaffarata ai fornelli.
"Sono un gatto e vorrei approfittare della tua ospitalità."
"Non se ne parla nemmeno" disse la donna dei primi tempi. "Qui non c'è posto per te e nemmeno del cibo in più! Vattene, bestia immonda, e non tornare, se non vuoi che ti tiri il collo!"
Il gatto se ne andò, ma si stabilì con discrezione nei paraggi.
La notte seguente, sentì delle urla che provenivano dalla capanna. Attraverso una fessura, vide la donna appollaiata su uno sgabello. I tratti del suo viso erano deformati dalle smorfie di terrore e non riusciva a smettere di gridare. Sul pavimento un minuscolo sorcio curiosava e scodinzolava qua e là.
"Aiuto!" urlava a perdifiato la donna. "Come posso sbarazzarmi di questo mostro? E poi, se rientra il mio uomo, mi troverà sporca e spettinata. Mi ripudierà,"
"O donna" disse il gatto "se io ti restituisco la tua bellezza, mi lascerai dormire sotto il tuo tetto?"
"Promesso" gemette "ma non vedo come..."
Il gatto balzò dentro la capanna e divorò il sorcio.
La donna dei primi tempi ridivenne bella e dovette mantenere la parola data.
Passarono i giorni e le settimane e l'uomo non tornava. La donna languiva e si annoiava. Impallidiva sempre più a causa della sua tristezza e faceva pena.
"O donna" le disse il gatto "se ti restituisco la gioia, mi lascerai mangiare una parte del tuo cibo?"
"Promesso" accettò la donna scuotendo malinconicamente la testa. "ma non vedo proprio come..."
Il gatto allora acchiappò una pagliuzza e si mise a giocare come un matto, facendo mille stramberie e capriole divertenti. Alla fine, la donna scoppiò a ridere. Avendo ritrovato la serenità, dovette mantenere la parola data. Tutte le mattine, il gatto ricevette una ciotola colma di buon cibo vicino al fuoco.
Alcune settimane dopo, la donna venne a sapere che il suo uomo se ne era andato per raggiungere una giovane di un villaggio lontano. Fu presa allora da una furia selvaggia. Ne seguì un lungo periodo di collera che, a poco a poco, si trasformò in un carattere litigioso e insopportabile. Un giorno il gatto le disse: "O donna, se ti restituisco la tua umanità, mi concederai l'amicizia?"
"Promesso. Ma non contarci molto. Mi stupirei se ci riuscissi..."
Il gatto attese la mezzanotte, poi uscendo dalla capanna cominciò a miagolare in modo straziante, da stringere il cuore. Svegliata di soprassalto, la donna dei primi tempi ritrovò la sua pietà e la capacità di commuoversi.
"Chi è mai quella povera creature abbandonata che piange tutta sola nel cuore della notte?"
Vedendo che si trattava del gatto, la donna dovette ammettere che le aveva restituito la sua umanità perduta.
Molti anni dopo, quando la donna fu preda delle miserie e delle fatiche della vecchiaia, si mise a temere la morte al punto che una pressante angoscia la teneva prigioniera e le rovinava gli ultimi bei momenti della sua vita.
"O donna" disse allora il gatto "se ti restituirò la tua serenità, mi prometti di ridarmi la libertà?"
"E sia, amico mio. Ma questa volta, temo proprio che sia veramente impossibile..."
Il gatto cominciò a fare le fusa: ron ron. E la donna dei primi tempi, rilassata e serena, provò una pienezza sconosciuta.
Ovviamente, dovette mantenere la parola data.
venerdì 1 giugno 2012
I quattro elementi
I quattro elementi - da "racconti che fanno le fusa" di Julia Deuley
Nella notte dei Tempi, quando la Terra era ancora un giovane pianeta, i primi gatti erano delle creature indolenti e oziose, che si trascinavano non curanti nei sottoboschi e nelle pianure, nutrendosi esclusivamente di frutta e di erbe.
Solo qualche micio coraggioso si arrischiava a rubare un po' di miele alle api. Ma nel complesso erano animali pacifici e non avevano nemici
Ma i quattro grandi Spiriti della Terra, dell' Acqua, dell' Aria e del Fuoco, che regnavano sulla natura, covarono, ciascuno a modo suo, una forte gelosia nei confronti dei gatti, la cui eleganza e grazia perfetta sembrava un insulto alla loro supremazia.
Alla fine di una breve riunione segreta tra i quattro elementi, la Terra si incaricò di mettere fine a questo scandalo.
"Farò un sol boccone di quell'animale!" assicurò. "Lo soffocherò e lo stritolerò tra le mie immense montagne. Poi lo ridurrò in polvere e lo seppellirò nelle mie viscere più nere."
Subito si scatenarono spaventosi terremoti.
(mio commento: allora è colpa dei gatti il terremoto in emilia?)
Le montagne si spezzarono, la terra si aprì e i crepacci si trasformarono in abissi senza fine. Ma i gatti, agili e attenti, sgattaiolarono tra le frane e gli smottamenti e zigzagarono tra gli abissi della terra. Per vendicarsi, decisero di nascondere sotto il suolo i loro escrementi. Infestato dal terribile odore, lo spirito della Terra fu assalito da una nausea soffocante, al limite del tracollo finì con il cedere e chiedere grazia.
I gatti allora dissero:
"O Spirito della Terra, non ti avevamo fatto alcun male e tu ci hai tormentati. Nonostante ciò, siamo pronti a perdonarti... a condizione che tu ci offra un pegno."
"Che sorta di pegno?"
"Noi siamo particolarmente golosi. Vogliamo una ghiottoneria senza pari, una leccornia che nessuno abbia mai gustato."
La Terra controvoglia creò i topi, i sorci, i ratti di campagna, i toporagno e tutti gli altri piccoli roditori, di cui i felini si saziarono per la prima volta con infinito piacere.
Ma non fidandosi delle promesse della Terra, i gatti continuarono a sotterrare i loro escrementi, in modo che il grande spirito terrestre fosse obbligato a fornir loro, senza posa, nuove prede per ottenere un po' di sollievo.
I quattro elementi tornarono a riunirsi.
L'Acqua disse solennemente:
"La tua potenza, Spirito della Terra, è grande, ma il tuo grande peso ti rende a volte maldestro. Conosco bene i gatti, mi temono sopra ogni cosa. Li annegherò e li dissolverò nella mia massa liquida, si perderanno come una goccia d'acqua e senza rischio..."
I gatti, minacciati dalle onde, delegarono i più valorosi tra loro che si assunsero il compito di bere tutta l'acqua. Quei gatti allora si gonfiarono, i denti si fecero più lunghi e aguzzi, gli artigli più grandi e terribili e si trasformarono in leoni, leopardi e tigri.
I laghi, i fiumi e anche gli oceani si svuotarono assorbiti da quelle lingue insaziabili. Ben presto il grande Spirito dell' Acqua ebbe paura di svanire nel nulla.
"Che cosa volete dunque" gemette "bestie crudeli, per lasciarmi finalmente in pace?"
"O Spirito dell' Acqua, non ti avevamo fatto alcun male e tu ci hai tormentati. Per farti perdonare dovrai offrirci una delizia che nessun palato abbia mai assaporato..."
Così per la prima volta i gatti si saziarono di pesce.
I quattro elementi si riunirono per la terza volta.
"Dunque" disse l'Aria "mi occuperò io di questa faccenda. La Terra è un po' troppo rozza e l'Acqua troppo impressionabile. Metterò fine a questo scandalo. Qualche uragano, uno o due cicloni e spazzerò via questa genia di bestie indegne."
Ma di fronte alla tempesta e alla furia dei venti, lungi dal fuggire spaventati, i gatti rizzarono il pelo, urlarono, ringhiarono, poi si lanciarono all' assalto del cielo che, graffiato, lacerato, dilaniato, si insanguinò di crepuscoli scarlatti e aurore boreali fino a versare lacrime di stelle cadenti.
Lo Spirito dell' Aria si vide, sventrato, perdere a uno a uno i suoi astri, la luna, il sole e tutte le sue nebulose, in una orribile carneficina siderale.
"Che cosa debbo fare" chiese "per mettere fine a questa guerra mostruosa?"
"Offrici stuzzichini prelibati."
E per la prima volta i gatti gustarono le teneri carni degli uccelli.
"Basta!" protestò lo Spirito del Fuoco, bruciacchiando e fulminando i suoi tre compari. "Per quanto tempo ancora ci lasceremo mettere in ridicolo da questi volgari mammiferi? Gli darò una lezione che non potranno dimenticare. Nessuno riesce a resistermi. In un batter di ciglia li ridurrò in cenere!"
Sicuro del suo potere, il fuoco gonfiò con fierezza il torace, spinse in avanti pomposamente il mento e si presentò ai gatti che da tempo aspettavano la sua visita.
"Adesso" protestò un vecchio gatto "il vaso è colmo!"
E i gatti imprigionarono per sempre il fuoco nel fondo delle loro pupille.
Nella notte dei Tempi, quando la Terra era ancora un giovane pianeta, i primi gatti erano delle creature indolenti e oziose, che si trascinavano non curanti nei sottoboschi e nelle pianure, nutrendosi esclusivamente di frutta e di erbe.
Solo qualche micio coraggioso si arrischiava a rubare un po' di miele alle api. Ma nel complesso erano animali pacifici e non avevano nemici
Ma i quattro grandi Spiriti della Terra, dell' Acqua, dell' Aria e del Fuoco, che regnavano sulla natura, covarono, ciascuno a modo suo, una forte gelosia nei confronti dei gatti, la cui eleganza e grazia perfetta sembrava un insulto alla loro supremazia.
Alla fine di una breve riunione segreta tra i quattro elementi, la Terra si incaricò di mettere fine a questo scandalo.
"Farò un sol boccone di quell'animale!" assicurò. "Lo soffocherò e lo stritolerò tra le mie immense montagne. Poi lo ridurrò in polvere e lo seppellirò nelle mie viscere più nere."
Subito si scatenarono spaventosi terremoti.
(mio commento: allora è colpa dei gatti il terremoto in emilia?)
Le montagne si spezzarono, la terra si aprì e i crepacci si trasformarono in abissi senza fine. Ma i gatti, agili e attenti, sgattaiolarono tra le frane e gli smottamenti e zigzagarono tra gli abissi della terra. Per vendicarsi, decisero di nascondere sotto il suolo i loro escrementi. Infestato dal terribile odore, lo spirito della Terra fu assalito da una nausea soffocante, al limite del tracollo finì con il cedere e chiedere grazia.
I gatti allora dissero:
"O Spirito della Terra, non ti avevamo fatto alcun male e tu ci hai tormentati. Nonostante ciò, siamo pronti a perdonarti... a condizione che tu ci offra un pegno."
"Che sorta di pegno?"
"Noi siamo particolarmente golosi. Vogliamo una ghiottoneria senza pari, una leccornia che nessuno abbia mai gustato."
La Terra controvoglia creò i topi, i sorci, i ratti di campagna, i toporagno e tutti gli altri piccoli roditori, di cui i felini si saziarono per la prima volta con infinito piacere.
Ma non fidandosi delle promesse della Terra, i gatti continuarono a sotterrare i loro escrementi, in modo che il grande spirito terrestre fosse obbligato a fornir loro, senza posa, nuove prede per ottenere un po' di sollievo.
I quattro elementi tornarono a riunirsi.
L'Acqua disse solennemente:
"La tua potenza, Spirito della Terra, è grande, ma il tuo grande peso ti rende a volte maldestro. Conosco bene i gatti, mi temono sopra ogni cosa. Li annegherò e li dissolverò nella mia massa liquida, si perderanno come una goccia d'acqua e senza rischio..."
I gatti, minacciati dalle onde, delegarono i più valorosi tra loro che si assunsero il compito di bere tutta l'acqua. Quei gatti allora si gonfiarono, i denti si fecero più lunghi e aguzzi, gli artigli più grandi e terribili e si trasformarono in leoni, leopardi e tigri.
I laghi, i fiumi e anche gli oceani si svuotarono assorbiti da quelle lingue insaziabili. Ben presto il grande Spirito dell' Acqua ebbe paura di svanire nel nulla.
"Che cosa volete dunque" gemette "bestie crudeli, per lasciarmi finalmente in pace?"
"O Spirito dell' Acqua, non ti avevamo fatto alcun male e tu ci hai tormentati. Per farti perdonare dovrai offrirci una delizia che nessun palato abbia mai assaporato..."
Così per la prima volta i gatti si saziarono di pesce.
I quattro elementi si riunirono per la terza volta.
"Dunque" disse l'Aria "mi occuperò io di questa faccenda. La Terra è un po' troppo rozza e l'Acqua troppo impressionabile. Metterò fine a questo scandalo. Qualche uragano, uno o due cicloni e spazzerò via questa genia di bestie indegne."
Ma di fronte alla tempesta e alla furia dei venti, lungi dal fuggire spaventati, i gatti rizzarono il pelo, urlarono, ringhiarono, poi si lanciarono all' assalto del cielo che, graffiato, lacerato, dilaniato, si insanguinò di crepuscoli scarlatti e aurore boreali fino a versare lacrime di stelle cadenti.
Lo Spirito dell' Aria si vide, sventrato, perdere a uno a uno i suoi astri, la luna, il sole e tutte le sue nebulose, in una orribile carneficina siderale.
"Che cosa debbo fare" chiese "per mettere fine a questa guerra mostruosa?"
"Offrici stuzzichini prelibati."
E per la prima volta i gatti gustarono le teneri carni degli uccelli.
"Basta!" protestò lo Spirito del Fuoco, bruciacchiando e fulminando i suoi tre compari. "Per quanto tempo ancora ci lasceremo mettere in ridicolo da questi volgari mammiferi? Gli darò una lezione che non potranno dimenticare. Nessuno riesce a resistermi. In un batter di ciglia li ridurrò in cenere!"
Sicuro del suo potere, il fuoco gonfiò con fierezza il torace, spinse in avanti pomposamente il mento e si presentò ai gatti che da tempo aspettavano la sua visita.
"Adesso" protestò un vecchio gatto "il vaso è colmo!"
E i gatti imprigionarono per sempre il fuoco nel fondo delle loro pupille.
Come le rose divennero gatti
Come le rose divennero gatti - da "Racconti che fanno le fusa" di Julia Deuley
Una principessa trascorreva giorni tranquilli in un vasto palazzo dove consacrava la maggior parte del suo tempo ad abbellire e a curare un magnifico giardino in cui abbondavano le essenze più delicate, le spezie più rare e i fiori più lussureggianti.
Un potente mago si innamorò perdutamente della principessa, la cui rara bellezza era resa unica da una virtuosità perfetta e un po' austera.
Per conquistare il cuore di quella giovane crudele, conoscendo la sua passione per il giardinaggio, il pretendente le offrì una superba aiuola di rose. La giovane ne fu abbagliata: ne avrebbe fatto un capolavoro, il pezzo più importante del suo parco floreale. Poichè niente era più soave, più vellutato, più leggiadro e lascivamente profumato di quelle rose.
Ma un tale dono non piegò la sua austera virtù. Ringraziando, congedò cortesemente il mago pazzo d'amore.
Furibondo per essere stato respinto, il taumaturgo ideò contro quella fanciulla intrattabile una terribile vendetta. Facendo uso di temibili poteri, gettò un maleficio sul giardino della principessa.
Con una voce, la cui eco roboante si fece udire al di là delle montagne, disse:
"Che d'ora in poi le rose diventino creature di carne e sangue! Dolci e vellutate come i loro petali! Pericolose e traditrici unghie come le loro spine! Belle da contemplare, ma pericolose da accarezzare!"
Così le rose della principessa ribelle si trasformarono in gatti, che con i loro artigli affilati distrussero le sapienti composizioni floreali del palazzo.
Ancora oggi, nel cuore della notte, nell'ora in cui soltanto ifolli o i poeti insonni vedono l'altra parte del giorno, le rose diventano gatti e lasciano furtivamente i loro vasi, per scorrazzare sulle gronde e perdersi in fantasticherie al chiaro di luna.
Una principessa trascorreva giorni tranquilli in un vasto palazzo dove consacrava la maggior parte del suo tempo ad abbellire e a curare un magnifico giardino in cui abbondavano le essenze più delicate, le spezie più rare e i fiori più lussureggianti.
Un potente mago si innamorò perdutamente della principessa, la cui rara bellezza era resa unica da una virtuosità perfetta e un po' austera.
Per conquistare il cuore di quella giovane crudele, conoscendo la sua passione per il giardinaggio, il pretendente le offrì una superba aiuola di rose. La giovane ne fu abbagliata: ne avrebbe fatto un capolavoro, il pezzo più importante del suo parco floreale. Poichè niente era più soave, più vellutato, più leggiadro e lascivamente profumato di quelle rose.
Ma un tale dono non piegò la sua austera virtù. Ringraziando, congedò cortesemente il mago pazzo d'amore.
Furibondo per essere stato respinto, il taumaturgo ideò contro quella fanciulla intrattabile una terribile vendetta. Facendo uso di temibili poteri, gettò un maleficio sul giardino della principessa.
Con una voce, la cui eco roboante si fece udire al di là delle montagne, disse:
"Che d'ora in poi le rose diventino creature di carne e sangue! Dolci e vellutate come i loro petali! Pericolose e traditrici unghie come le loro spine! Belle da contemplare, ma pericolose da accarezzare!"
Così le rose della principessa ribelle si trasformarono in gatti, che con i loro artigli affilati distrussero le sapienti composizioni floreali del palazzo.
Ancora oggi, nel cuore della notte, nell'ora in cui soltanto ifolli o i poeti insonni vedono l'altra parte del giorno, le rose diventano gatti e lasciano furtivamente i loro vasi, per scorrazzare sulle gronde e perdersi in fantasticherie al chiaro di luna.
giovedì 31 maggio 2012
Le porte della Notte
Le porte della Notte - da "Racconti che fanno le fusa" di Julia Deuley
Siamo i guardiani delle porte della Notte.
Doganieri crepuscolari, sorvegliamo il passaggio delle potenze dell' ombra e di quelle del giorno, spiamo gli spostamenti del mistero. Limitiamo i flussi migratori clandestini della luce nelle tenebre e, viceversa, delle tenebre nella luce. Da noi dipende il giusto e il necessario equilibrio tra l'armonia e il caos, il senso e il non senso.
Frequentiamo le creature dell' abisso, tutte quelle che l' uomo non vede, ma che percepisce con terrore: fantasmi, lemuri, succubi, titani, demiurghi e demoni d'ogni specie. Spiamo anche i mostri della mezzanotte, ghul demoniaci, vampiri, lupi mannari, gnomi, folletti e spiritelli che seminano il panico tra i piccoli bipedi, si nascondono sotto i letti o sul fondo degli armadi o negli angoli dei corridoi scuri. La nostra sorveglianza non conosce liminti. Noi vediamo anche quegli esseri improbabili che si spostano ai confini del campo visivo, le innominabili entità geometriche che trovano rifugio all'incrocio di spazi e luoghi insensati, e tutti gli invisibili predatori, travestiti da oggetti banali o famigliari.
Su questo emisfero oscuro del reale, vivono i popoli della notte. Noi conosciamo i loro geroglifici e il loro sanscrito. La legge è semplice e non conosce infrazioni. Si devono rispettare scrupolosamente i privilegi e le prerogative dei sovrani dell'ombra.
E' soltanto a questa condizione che possiamo condurre a buon fine la nostra missione di intermediari e di intercessori, ma anche messaggeri tra i due mondi.
Ebbene da tempo gli uomini rifiutano e si fanno beffe di queste regole ineluttabili. Gli abitanti della notte hanno diritto di cittadinanza solo nei giornali per bambini o in film dell' orrore piuttosto volgari. I territori del sogno o della trance sono esplorati soltanto dai vanitosi saltimbanchi della psicoanalisi, che li osservano con freddezza, ben al riparo nella loro nicchia.
Le grandi feste e cerimonie notturne di un tempo, baccanali, saturnali, orge sacre, sono state rimpiazzate dalla folle tristezza dell' alcolismo solitario e dalla catatonia delle droghe pesanti. Le grandi eruzioni degli incantesimi erotici abbandonate a vantaggio di un grigio, ripetitivo e catarroso commercio pornografico. La morte, questa grande signora che un tempo giungeva nelle case con il suo bel carro stridente e l'orchestra di scheletri grinzosi, anche la morte è obbligata a scivolare furtivamente nei corridoi degli ospedali o nelle sale dei reparti di pronto soccorso. Taluni arrivano fino a negare la sua necessità onnipotente e a contestare la sua sovrana presenza nel mondo, congelando la loro carcassa in frigoriferi ben sigillati.
L' uomo rifiuta l'obolo ai folli, ai veggenti, ai santi, ai dementi, ai fantasmi.
Rinchiude tutto ciò che non riesce a capire nelle istituzioni psichiatriche e sotterra ciò che lo turba sotto montagne di ansiolitici e neurolettici.
Si crede assai più logico e ragionevole mentre è soltanto più cieco; si crede assai più sapiente mentre è soltanto più ottuso. Poichè manda dei satelliti nello spazio, pensa di avere ampliato le sue conoscenze, mentre ha solo ristretto e impoverito il proprio campo di esperienza. Poichè si è consacrato al pragmatismo e all' utilitarismo, si crede più ricco, quando invece ha perduto il solo vero tesoro che è la poesia delle cose.
E noi, guardiani delle porte della Notte, presto apriremo l'antico e grande passaggio tra i due mondi, affinchè il popolo delle tenebre piombi su questi bipedi vanitosi e perpetuatori del male.
Siamo i guardiani delle porte della Notte.
Doganieri crepuscolari, sorvegliamo il passaggio delle potenze dell' ombra e di quelle del giorno, spiamo gli spostamenti del mistero. Limitiamo i flussi migratori clandestini della luce nelle tenebre e, viceversa, delle tenebre nella luce. Da noi dipende il giusto e il necessario equilibrio tra l'armonia e il caos, il senso e il non senso.
Frequentiamo le creature dell' abisso, tutte quelle che l' uomo non vede, ma che percepisce con terrore: fantasmi, lemuri, succubi, titani, demiurghi e demoni d'ogni specie. Spiamo anche i mostri della mezzanotte, ghul demoniaci, vampiri, lupi mannari, gnomi, folletti e spiritelli che seminano il panico tra i piccoli bipedi, si nascondono sotto i letti o sul fondo degli armadi o negli angoli dei corridoi scuri. La nostra sorveglianza non conosce liminti. Noi vediamo anche quegli esseri improbabili che si spostano ai confini del campo visivo, le innominabili entità geometriche che trovano rifugio all'incrocio di spazi e luoghi insensati, e tutti gli invisibili predatori, travestiti da oggetti banali o famigliari.
Su questo emisfero oscuro del reale, vivono i popoli della notte. Noi conosciamo i loro geroglifici e il loro sanscrito. La legge è semplice e non conosce infrazioni. Si devono rispettare scrupolosamente i privilegi e le prerogative dei sovrani dell'ombra.
E' soltanto a questa condizione che possiamo condurre a buon fine la nostra missione di intermediari e di intercessori, ma anche messaggeri tra i due mondi.
Ebbene da tempo gli uomini rifiutano e si fanno beffe di queste regole ineluttabili. Gli abitanti della notte hanno diritto di cittadinanza solo nei giornali per bambini o in film dell' orrore piuttosto volgari. I territori del sogno o della trance sono esplorati soltanto dai vanitosi saltimbanchi della psicoanalisi, che li osservano con freddezza, ben al riparo nella loro nicchia.
Le grandi feste e cerimonie notturne di un tempo, baccanali, saturnali, orge sacre, sono state rimpiazzate dalla folle tristezza dell' alcolismo solitario e dalla catatonia delle droghe pesanti. Le grandi eruzioni degli incantesimi erotici abbandonate a vantaggio di un grigio, ripetitivo e catarroso commercio pornografico. La morte, questa grande signora che un tempo giungeva nelle case con il suo bel carro stridente e l'orchestra di scheletri grinzosi, anche la morte è obbligata a scivolare furtivamente nei corridoi degli ospedali o nelle sale dei reparti di pronto soccorso. Taluni arrivano fino a negare la sua necessità onnipotente e a contestare la sua sovrana presenza nel mondo, congelando la loro carcassa in frigoriferi ben sigillati.
L' uomo rifiuta l'obolo ai folli, ai veggenti, ai santi, ai dementi, ai fantasmi.
Rinchiude tutto ciò che non riesce a capire nelle istituzioni psichiatriche e sotterra ciò che lo turba sotto montagne di ansiolitici e neurolettici.
Si crede assai più logico e ragionevole mentre è soltanto più cieco; si crede assai più sapiente mentre è soltanto più ottuso. Poichè manda dei satelliti nello spazio, pensa di avere ampliato le sue conoscenze, mentre ha solo ristretto e impoverito il proprio campo di esperienza. Poichè si è consacrato al pragmatismo e all' utilitarismo, si crede più ricco, quando invece ha perduto il solo vero tesoro che è la poesia delle cose.
E noi, guardiani delle porte della Notte, presto apriremo l'antico e grande passaggio tra i due mondi, affinchè il popolo delle tenebre piombi su questi bipedi vanitosi e perpetuatori del male.
Il compagno di Lilith
Il compagno di Lilith - da "Racconti che fanno le fusa" di Julia Deuley
La prima donna, quando ancora Eva non era nata, fu Lilith, la pura, l'impenetrabile, la ribelle, senza macchia e senza paura, che rifiutò di sottomettersi all' uomo; lei, l'eterno femminino, la luce tenebrosa, l'invisibile visibile, la cui insostenibile bellezza non fu mai celata, rimanendo pur sempre indecifrabile.
Eva, la docile sposa, la casalinga compiacente e sottomessa, possedeva come armi la furbizia e la menzogna. Per questo fu una discepola esemplare del Serpente.
Quando si sottrasse alle fredde esigenze del Verbo e dei Principi, Lilith, l'incontrollabile, l'imprevedibile, la vergine selvaggi e convulsa, la sovrana delle ombre, scelse per compagno lo spirito stesso della notte e del mistero: il gatto.
Sempre indomabile Lilith continua a guardare con sospetto e diffidenza il genere umano. Ma ci manda i suoi amici gatti che ci sorvegliano con attenzione e le riportano scrupolosamente ogni nostra azione e tutte le nostre gesta.
La prima donna, quando ancora Eva non era nata, fu Lilith, la pura, l'impenetrabile, la ribelle, senza macchia e senza paura, che rifiutò di sottomettersi all' uomo; lei, l'eterno femminino, la luce tenebrosa, l'invisibile visibile, la cui insostenibile bellezza non fu mai celata, rimanendo pur sempre indecifrabile.
Eva, la docile sposa, la casalinga compiacente e sottomessa, possedeva come armi la furbizia e la menzogna. Per questo fu una discepola esemplare del Serpente.
Quando si sottrasse alle fredde esigenze del Verbo e dei Principi, Lilith, l'incontrollabile, l'imprevedibile, la vergine selvaggi e convulsa, la sovrana delle ombre, scelse per compagno lo spirito stesso della notte e del mistero: il gatto.
Sempre indomabile Lilith continua a guardare con sospetto e diffidenza il genere umano. Ma ci manda i suoi amici gatti che ci sorvegliano con attenzione e le riportano scrupolosamente ogni nostra azione e tutte le nostre gesta.
Il Paradiso
Il Paradiso - da "Racconti che fanno le fusa" di Julia Deuley
All' inizio della sua storia, la specie umana, per colpa propria, venne esiliata dal Paradiso.
Per generazioni, gli uomini, oppressi, si lamentarono, supplicando il cielo perché venisse loro restituita la felicità sottratta. Tentarono spedizioni estenuanti ai confini della terra, affrontarono mille pericoli, ma invano: le strade che conducevano al Paradiso erano semplicemente scomparse, immerse nelle tenebre più impenetrabili. Non restava che rassegnarsi alla sofferenza, alla miseria, alla vecchiaia e alla morte.
Ma i figli degli uomini non rinunciarono così facilmente.
Un giorno, si presentò un giovane dotato di un'intelligenza particolarmente perspicace, sottile e tenace. Egli sapeva che quando l'uomo era stato esiliato dal Paradiso, ne erano state espulse anche le altre creature che non conoscevano più né pace né tregua nella loro lotta per la vita. E poiché tutte erano state colpite da amnesia non erano più in grado di ritrovare il cammino che li avrebbe condotti al Giardino delle Delizie. Un grande sconforto opprimeva tutti i cuori. Un solo animale era riuscito a sottrarsi a questa sensazione universale: il gatto.
Quando le diverse specie erano state gettate neel' ombra e nell' orrore, i suoi occhi che penetrano e dissipano le tenebre più fitte, gli avevano permesso di vedere tutto ciò con precisione. Solo lui dunque conosceva la via. E questo prezioso sapere veniva trasmesso a tutti i gatti, al momento della loro nascita.
Il giovane che con tutte le sue forze aspirava a ritrovare la strada della beatitudine, divenne il compagno fedele di un gatto che, dopo molte obiezioni ed esitazioni, acconsentì a fargli da guida.
"Il viaggio rischia di essere molto faticoso e, forse, fatale..." disse il felino. "Non so se un cucciolo d'uomo abbia la resistenza e il coraggio necessari..."
Ma il giovane insisté così tanto che il gattone accettò, e condusse il suo amico lontano dal villaggio natale, fuori dalle strade segnalate dalle carte geografiche. Raggiunsero assai presto i confini di un deserto che avrebbero dovuto attraversare. In quell' immensità incandescente e desolata, le provviste dei due compagni di viaggio si esaurirono rapidamente. Il felino sapeva come sopravvivere sfruttando le proprie riserve e la sua andatura non cedeva. Ma l' uomo, assetato e affamato, ormai allo stremo delle forze, procedeva a fatica vacillando.
D' improvviso all' orizzonte apparve un paesaggio meraviglioso dove abbondavano giardini ombreggianti, frutteti splendenti, laghetti con acque cristalline e favolosi palazzi.
"Ecco dunque ricompensati i nostri sforzi" giubilò il ragazzo "Sicuramente ciò che vediamo è l'inizio del paradiso!"
"Non agitarti" disse il gatto. "Ciò che vedi è soltanto un volgare miraggio."
Il cammino riprese sempre più massacrante e il giovane credette mille volte di soccombere o impazzire.
Giunsero infine ai limiti di una fitta e buia foresta, dove i due compagni di viaggio poterono riposare unpo' e rifocillarsi, grazie al felino che riuscì a catturare qualche piccione paffuto che poi fece arrostire su un fuoco di ramoscelli. Ripresosi almeno in parte, il ragazzo seguì la sua guida attraverso l'inestricabile dedalo di rami, alberi e rovi, dove si nascondevano ogni sorta di animaletti viscidi, velenosi o urticanti. Ma la sola presenza del gatto bastava a scoraggiare le loro intenzioni agressive. Sotto le pesanti fronde degli alberi, l'oscurità diventava sempre più fitta e soltanto il gatto poteva distinguere con precisione le forme. Giunti al centro della foresta, apparvero mostri di volta in volta più strani e orribili, che vagavano in una atmosfera crepuscolare torva e minacciosa. Le loro danze selvagge, i loro gesti frenetici, le loro zanne bavose e sanguinanti, i loro infiniti occhi rossi e infuocati impressionarono il ragazzo che sentì il cuore sobbalzare e le viscere contorcersi.
"Non avere paura" disse il gatto. "Non guardarli nemmeno. E' solo la tua angoscia che li rende simili a mostri reali. Smetti di temerli e vedrai che scompariranno"
Il giovane ascoltò i consigli del felino e i due poterono così continuare il viaggio.
(mio commento: vista l'estenuante lunghezza del racconto che più scrivo più mi viene voglia di non aver mai iniziato, ho deciso di fare un breve sunto di quello che succede visto che mi sembra che l'autrice usi troppe parole per descrivere fatti brevi di per se)
// I due compagni si trovano di fronte ad un drago, il ragazzo prova ad ucciderlo pensando che così facendo sarebbe potuto arrivare al Paradiso. Non ci riesce e ha bisogno dell'aiuto del gatto che gli dice cosa fare. Il percorso però non è terminato e i due si trovano davanti ad una montagna che scalano con grandissima fatica. //
(Ecco vi ho risparmiato più o meno due pagine di narrazione)
"Allora, ci stiamo avvicinando alla meta?"
"Io ti ho lasciato salire, piccolo uomo, e ti ho anche accompagnato, ma questa montagna non conduce in Paradiso. Questa cima segna soltanto il punto più alto del tuo orgoglio e della tua fatuità... Adesso, se possiedi il coraggio che dici di avere, seguimi sulla pista degli uragani..."
// I due cavalcano i venti e vengono depositati in una città piena di gioia e di feste. //
"Ebbene" disse il ragazzo "non siamo ancora in Paradiso?"
"Siamo nella città della gioia, ma non ci troviamo ancora in Paradiso. Ogni felicità ha un inizio e una fine. Il Paradiso invece è fuori dal tempo."
La tappa seguente li condusse ai margini di un abisso. Un angelo dall' atteggiamento minaccioso se ne stava di guardia. I viaggiatori furono obbligati a spiegare le ragioni della loro presenza.
"Vedete bene" borbottò l'angelo "che al di là di questo abisso non c'è niente. Tanto peggio per l'imprudente che varcherà questa soglia!"
"Questo angelo" mormorò il gatto all'orecchio del suo discepolo è un bugiardo e un paranoico. Andiamo, seguimi!"
Il felino saltò nell' abisso e il suo compagno di viaggio lo seguì.
Nel medesimo istante, i due amici si trovarono nel villaggio natale del giovane, proprio nel luogo da cui erano partiti. Il piccolo uomo capì allora che il paradiso era sempre stato lì e che quel luogo era fuori dal tempo, evidente e visibile come il naso in mezzo alla faccia, perchè collocato al suo interno e non altrove.
Il gatto disse ancora:
"E' proprio perchè gli uomini cercano in ogni modo e forsennatamente di andare dove già sono che si credono esclusi dal Giardino delle Delizie..."
All' inizio della sua storia, la specie umana, per colpa propria, venne esiliata dal Paradiso.
Per generazioni, gli uomini, oppressi, si lamentarono, supplicando il cielo perché venisse loro restituita la felicità sottratta. Tentarono spedizioni estenuanti ai confini della terra, affrontarono mille pericoli, ma invano: le strade che conducevano al Paradiso erano semplicemente scomparse, immerse nelle tenebre più impenetrabili. Non restava che rassegnarsi alla sofferenza, alla miseria, alla vecchiaia e alla morte.
Ma i figli degli uomini non rinunciarono così facilmente.
Un giorno, si presentò un giovane dotato di un'intelligenza particolarmente perspicace, sottile e tenace. Egli sapeva che quando l'uomo era stato esiliato dal Paradiso, ne erano state espulse anche le altre creature che non conoscevano più né pace né tregua nella loro lotta per la vita. E poiché tutte erano state colpite da amnesia non erano più in grado di ritrovare il cammino che li avrebbe condotti al Giardino delle Delizie. Un grande sconforto opprimeva tutti i cuori. Un solo animale era riuscito a sottrarsi a questa sensazione universale: il gatto.
Quando le diverse specie erano state gettate neel' ombra e nell' orrore, i suoi occhi che penetrano e dissipano le tenebre più fitte, gli avevano permesso di vedere tutto ciò con precisione. Solo lui dunque conosceva la via. E questo prezioso sapere veniva trasmesso a tutti i gatti, al momento della loro nascita.
Il giovane che con tutte le sue forze aspirava a ritrovare la strada della beatitudine, divenne il compagno fedele di un gatto che, dopo molte obiezioni ed esitazioni, acconsentì a fargli da guida.
"Il viaggio rischia di essere molto faticoso e, forse, fatale..." disse il felino. "Non so se un cucciolo d'uomo abbia la resistenza e il coraggio necessari..."
Ma il giovane insisté così tanto che il gattone accettò, e condusse il suo amico lontano dal villaggio natale, fuori dalle strade segnalate dalle carte geografiche. Raggiunsero assai presto i confini di un deserto che avrebbero dovuto attraversare. In quell' immensità incandescente e desolata, le provviste dei due compagni di viaggio si esaurirono rapidamente. Il felino sapeva come sopravvivere sfruttando le proprie riserve e la sua andatura non cedeva. Ma l' uomo, assetato e affamato, ormai allo stremo delle forze, procedeva a fatica vacillando.
D' improvviso all' orizzonte apparve un paesaggio meraviglioso dove abbondavano giardini ombreggianti, frutteti splendenti, laghetti con acque cristalline e favolosi palazzi.
"Ecco dunque ricompensati i nostri sforzi" giubilò il ragazzo "Sicuramente ciò che vediamo è l'inizio del paradiso!"
"Non agitarti" disse il gatto. "Ciò che vedi è soltanto un volgare miraggio."
Il cammino riprese sempre più massacrante e il giovane credette mille volte di soccombere o impazzire.
Giunsero infine ai limiti di una fitta e buia foresta, dove i due compagni di viaggio poterono riposare unpo' e rifocillarsi, grazie al felino che riuscì a catturare qualche piccione paffuto che poi fece arrostire su un fuoco di ramoscelli. Ripresosi almeno in parte, il ragazzo seguì la sua guida attraverso l'inestricabile dedalo di rami, alberi e rovi, dove si nascondevano ogni sorta di animaletti viscidi, velenosi o urticanti. Ma la sola presenza del gatto bastava a scoraggiare le loro intenzioni agressive. Sotto le pesanti fronde degli alberi, l'oscurità diventava sempre più fitta e soltanto il gatto poteva distinguere con precisione le forme. Giunti al centro della foresta, apparvero mostri di volta in volta più strani e orribili, che vagavano in una atmosfera crepuscolare torva e minacciosa. Le loro danze selvagge, i loro gesti frenetici, le loro zanne bavose e sanguinanti, i loro infiniti occhi rossi e infuocati impressionarono il ragazzo che sentì il cuore sobbalzare e le viscere contorcersi.
"Non avere paura" disse il gatto. "Non guardarli nemmeno. E' solo la tua angoscia che li rende simili a mostri reali. Smetti di temerli e vedrai che scompariranno"
Il giovane ascoltò i consigli del felino e i due poterono così continuare il viaggio.
(mio commento: vista l'estenuante lunghezza del racconto che più scrivo più mi viene voglia di non aver mai iniziato, ho deciso di fare un breve sunto di quello che succede visto che mi sembra che l'autrice usi troppe parole per descrivere fatti brevi di per se)
// I due compagni si trovano di fronte ad un drago, il ragazzo prova ad ucciderlo pensando che così facendo sarebbe potuto arrivare al Paradiso. Non ci riesce e ha bisogno dell'aiuto del gatto che gli dice cosa fare. Il percorso però non è terminato e i due si trovano davanti ad una montagna che scalano con grandissima fatica. //
(Ecco vi ho risparmiato più o meno due pagine di narrazione)
"Allora, ci stiamo avvicinando alla meta?"
"Io ti ho lasciato salire, piccolo uomo, e ti ho anche accompagnato, ma questa montagna non conduce in Paradiso. Questa cima segna soltanto il punto più alto del tuo orgoglio e della tua fatuità... Adesso, se possiedi il coraggio che dici di avere, seguimi sulla pista degli uragani..."
// I due cavalcano i venti e vengono depositati in una città piena di gioia e di feste. //
"Ebbene" disse il ragazzo "non siamo ancora in Paradiso?"
"Siamo nella città della gioia, ma non ci troviamo ancora in Paradiso. Ogni felicità ha un inizio e una fine. Il Paradiso invece è fuori dal tempo."
La tappa seguente li condusse ai margini di un abisso. Un angelo dall' atteggiamento minaccioso se ne stava di guardia. I viaggiatori furono obbligati a spiegare le ragioni della loro presenza.
"Vedete bene" borbottò l'angelo "che al di là di questo abisso non c'è niente. Tanto peggio per l'imprudente che varcherà questa soglia!"
"Questo angelo" mormorò il gatto all'orecchio del suo discepolo è un bugiardo e un paranoico. Andiamo, seguimi!"
Il felino saltò nell' abisso e il suo compagno di viaggio lo seguì.
Nel medesimo istante, i due amici si trovarono nel villaggio natale del giovane, proprio nel luogo da cui erano partiti. Il piccolo uomo capì allora che il paradiso era sempre stato lì e che quel luogo era fuori dal tempo, evidente e visibile come il naso in mezzo alla faccia, perchè collocato al suo interno e non altrove.
Il gatto disse ancora:
"E' proprio perchè gli uomini cercano in ogni modo e forsennatamente di andare dove già sono che si credono esclusi dal Giardino delle Delizie..."
Il silenzio degli angeli
Il silenzio degli angeli - da "Racconti che fanno le fusa" di Julia Deuley
Quando il Supremo ebbe creato l'immensa orchestra degli angeli, si dovette procedere a una selezione molto delicata, al fine di utilizzare i musici celesti al meglio dei loro rispettivi talenti.
I serafini e cherubini - considerati la più alta espressione della gerarchia angelica - pretesero di dominare con la loro musica le sfere superiori. Altri si sparpagliarono nello spazio, falangi luminose, per cantare eternamente tra il grande sciame delle nebulose, raccogliendo il nettare nel vuoto interstellare. Taluni arcangeli, di umore guerriero e di natura selvatica, lasciarono libero sfogo alle loro percussioni vociferanti e alle loro voci squillanti e selvagge nel cuore di maremoti, terremoti,
(mio commento: ecco non potevano rimanere nelle loro belle sfere celesti almeno questi?)
tornad e tuoni. Molti formavano fiammelle incandescenti, per cantare la gloria del Signore, diffonderne la lode e celebrare il suo splendore fino ai confini del non essere.
(mio commento: chi è questo, Parmenide?)
Alcuni di loro, più modestamente, scelsero le melodie del tempo che scorre, i ritornelli della pioggia e della brezza, lo sciabordio delle onde, il ticchettio dei granelli sulla sabbia, la soave melodia felpata dei fiocchi di neve nel corso dell'inverno, il crepitio della brace e il fischio dell'acqua che bolle nella teiera.
Ci furono anche angeli che presero i loro violini per intonare il triste canto della sofferenza universale, il pianto delle madri, il gemito dei reprobi e le grida dei perseguitati.
Alcuni angeli sbarazzini e un po' birbanti chiesero di dare voce al riso dei bambini. Altri ancora attribuendosi il titolo di angeli custodi composero la melodia delle coscienze, il valzer ritmato del bene e del male.
Un certo numero di angeli, tuttavia, sembravano chiusi in uno strano mutismo.
"Quale spazio volete dunque?" chiese loro il Supremo.
"Quello che si trova tra le note. La musica del silenzio..."
L' Eterno li mandò sulla terra , sotto forma di gatti; le loro ali si aprono in tutta la loro grandezza ogni notte, quando nessuno sguardo umano può sorprenderli.
Quando il Supremo ebbe creato l'immensa orchestra degli angeli, si dovette procedere a una selezione molto delicata, al fine di utilizzare i musici celesti al meglio dei loro rispettivi talenti.
I serafini e cherubini - considerati la più alta espressione della gerarchia angelica - pretesero di dominare con la loro musica le sfere superiori. Altri si sparpagliarono nello spazio, falangi luminose, per cantare eternamente tra il grande sciame delle nebulose, raccogliendo il nettare nel vuoto interstellare. Taluni arcangeli, di umore guerriero e di natura selvatica, lasciarono libero sfogo alle loro percussioni vociferanti e alle loro voci squillanti e selvagge nel cuore di maremoti, terremoti,
(mio commento: ecco non potevano rimanere nelle loro belle sfere celesti almeno questi?)
tornad e tuoni. Molti formavano fiammelle incandescenti, per cantare la gloria del Signore, diffonderne la lode e celebrare il suo splendore fino ai confini del non essere.
(mio commento: chi è questo, Parmenide?)
Alcuni di loro, più modestamente, scelsero le melodie del tempo che scorre, i ritornelli della pioggia e della brezza, lo sciabordio delle onde, il ticchettio dei granelli sulla sabbia, la soave melodia felpata dei fiocchi di neve nel corso dell'inverno, il crepitio della brace e il fischio dell'acqua che bolle nella teiera.
Ci furono anche angeli che presero i loro violini per intonare il triste canto della sofferenza universale, il pianto delle madri, il gemito dei reprobi e le grida dei perseguitati.
Alcuni angeli sbarazzini e un po' birbanti chiesero di dare voce al riso dei bambini. Altri ancora attribuendosi il titolo di angeli custodi composero la melodia delle coscienze, il valzer ritmato del bene e del male.
Un certo numero di angeli, tuttavia, sembravano chiusi in uno strano mutismo.
"Quale spazio volete dunque?" chiese loro il Supremo.
"Quello che si trova tra le note. La musica del silenzio..."
L' Eterno li mandò sulla terra , sotto forma di gatti; le loro ali si aprono in tutta la loro grandezza ogni notte, quando nessuno sguardo umano può sorprenderli.
La notte
La notte - da "Racconti che fanno le fusa" di Julia Deuley
Una notte oscura e fitta minacciava di scendere sulla terra. Era una di quelle notti terribili, senza luna e senza stelle, assoluta, un abisso senza fine.
All' avvicinarsi di una tale calamità, gli animali delle foreste e delle pianure si riunirono a convegno.
"Ahi noi!" gemettero in coro tutte le piccole creature dei campi: insetti, rane, lumache, lucertole. "Che disgrazia! Che terribile disgrazia... Saremo preda di spettri, silfidi, vampiri e di tutti i demoni e gli orchi che vagano nelle tenebre a caccia di vittime innocenti."
"Io" disse l'elefante, poco convinto "calpesterò tutto al mio passaggio."
"Quanto a me" continuò il serpente "mi lascerò ondeggiare, mi contorcerò, e striscerò via..."
Ma gli mancava il coraggio.
"Peggio per lei" mormorò il ragno. "Io tesserò una tela talmente inestricabile che persino la notte più nera ne rimarrà intrappolata."
"Noi sibilarono le zanzare "pungeremo a caso l'oscurità, scaveremo nella sua pelle e la tormenteremo fino alle lacrime"
"Le strapperemo la pelle... " rincararono la dose i coccodrilli.
"E noi faremo a pezzi la sua carcassa" ridacchiarono nervosamente gli avvoltoi.
"Io" tuonò la balena "perforerò i timpani della notte, emettendo ultrasuoni insopportabili."
Ma, dietro questi propositi spavaldi e arroganti, covava la paura.
"Miei buoni amici e devoti sudditi" intervenne il leone (che nella sua maestà autoproclamata si credeva ingenuamente il re degli animali) "io non temo né i mostri né gli spiriti malefici. Comunque, è assolutamente necessario... e in tutta fretta, trovare un mezzo energico per combattere questa oscurità sovvertitrice."
"E se chiedessimo aiuto agli uomini?" suggerì il cane scodinzolando agitato.
La sua proposta suscitò un concerto di dissensi.
"Proprio loro!" intervenne con disappunto il gufo che era considerato un' autorità morale, "basta che quei tipi si intromettano in qualcosa perchè tutto vada a catafascio. Meno li vediamo, meglio è per tutti!"
Uno solo non si era ancora degnato di commentare quella delicata questione. Appollaiato su un ramo, osservava gli astanti, apparentemente immerso in uno stato di noncurante indifferenza.
"Ebbene" gli chiesero gli altri animali "non hai proprio niente da proporre? Questo problema riguarda tutti noi. E? forse troppo futile per sua signoria?"
Il gatto sogghignò e disse:
"O spiriti vuoti e cuori codardi! Il vostro grande dilemma è ben poca cosa in verità. Quando la notte scenderà, basterà chiudere gli occhi e dormire".
Una notte oscura e fitta minacciava di scendere sulla terra. Era una di quelle notti terribili, senza luna e senza stelle, assoluta, un abisso senza fine.
All' avvicinarsi di una tale calamità, gli animali delle foreste e delle pianure si riunirono a convegno.
"Ahi noi!" gemettero in coro tutte le piccole creature dei campi: insetti, rane, lumache, lucertole. "Che disgrazia! Che terribile disgrazia... Saremo preda di spettri, silfidi, vampiri e di tutti i demoni e gli orchi che vagano nelle tenebre a caccia di vittime innocenti."
"Io" disse l'elefante, poco convinto "calpesterò tutto al mio passaggio."
"Quanto a me" continuò il serpente "mi lascerò ondeggiare, mi contorcerò, e striscerò via..."
Ma gli mancava il coraggio.
"Peggio per lei" mormorò il ragno. "Io tesserò una tela talmente inestricabile che persino la notte più nera ne rimarrà intrappolata."
"Noi sibilarono le zanzare "pungeremo a caso l'oscurità, scaveremo nella sua pelle e la tormenteremo fino alle lacrime"
"Le strapperemo la pelle... " rincararono la dose i coccodrilli.
"E noi faremo a pezzi la sua carcassa" ridacchiarono nervosamente gli avvoltoi.
"Io" tuonò la balena "perforerò i timpani della notte, emettendo ultrasuoni insopportabili."
Ma, dietro questi propositi spavaldi e arroganti, covava la paura.
"Miei buoni amici e devoti sudditi" intervenne il leone (che nella sua maestà autoproclamata si credeva ingenuamente il re degli animali) "io non temo né i mostri né gli spiriti malefici. Comunque, è assolutamente necessario... e in tutta fretta, trovare un mezzo energico per combattere questa oscurità sovvertitrice."
"E se chiedessimo aiuto agli uomini?" suggerì il cane scodinzolando agitato.
La sua proposta suscitò un concerto di dissensi.
"Proprio loro!" intervenne con disappunto il gufo che era considerato un' autorità morale, "basta che quei tipi si intromettano in qualcosa perchè tutto vada a catafascio. Meno li vediamo, meglio è per tutti!"
Uno solo non si era ancora degnato di commentare quella delicata questione. Appollaiato su un ramo, osservava gli astanti, apparentemente immerso in uno stato di noncurante indifferenza.
"Ebbene" gli chiesero gli altri animali "non hai proprio niente da proporre? Questo problema riguarda tutti noi. E? forse troppo futile per sua signoria?"
Il gatto sogghignò e disse:
"O spiriti vuoti e cuori codardi! Il vostro grande dilemma è ben poca cosa in verità. Quando la notte scenderà, basterà chiudere gli occhi e dormire".
La saggezza dei gatti
La saggezza dei gatti - da "Racconti che fanno le fusa" di Julia Deuley
In un tempo molto,molto lontano, un tempo così antico che anche le rocce più vecchie non ne conservano traccia, il Creatore di tutte le cose convocò presso di sé le diverse categorie di spiriti che aveva deciso di destinare alla Terra.
A ognuna chiese di formulare il più grande dei suoi desideri, al fine di procedere ad un'equa ripartizione delle specie.
Un buon miliardo di stelle nacquero e morirono mentre i diversi clan ponderavano con cura la delicata questione.
Infine ciascuno espresse la propria aspirazione dando libero sfogo ad ambizioni e sogni.
"Vogliamo l'onnipresenza e l'invisibilità" dissero i primi. Nacquero così batteri,virus e microbi.
"Noi desideriamo la fortuna!"
E presero forma le ostriche perlifere.
"Noi vogliamo soggiogare il mondo".
"Noi chiediamo soltanto la virtù della pazienza."
E vide la luce il ragno.
Taluni vollero l'eloquenza e furono trasformati in pappagalli.
Altri l'alta finanza e il Creatore riempì gli oceani di pescecani.
Altri ancora avevano una fortissima inclinazione alla convivenza sociale, lo pregarono di accordare loro la perfetta uguaglianza.
Furono pecore.
Altre richieste erano venate di poesia.
"Desideriamo diffondere la voce del vento ed imparare l'alfabeto dei fiori."
E le farfalle colorarono i cieli.
"Noi saremo gli eterni amanti della Luna, a lei soltanto intoneremo i nostri canti sconsolati."
Il Creatore generò i lupi.
Alcuni spiriti particolarmente rumorosi e inquieti si alzarono in piedi per pretendere con tono altezzoso
un quoziente intellettuale eccezzionalmente brillante e superiore agli altri.
Malgrado l'arroganza di una simile richiesta, il Creatore si strofinò il suo unico immenso occhio e creò gli uomini.
Rimaneva un po' in disparte un piccolo clan di spiriti stranamente silenziosi che osservavano la scena con un certo divertimento.
"E voi ,che cosa desiderate? Parlate senza timore."
La risposta giunse tra un mormorio soffuso.
"La saggezza, o nostro Signore."
Fu così che apparvero i gatti.
In un tempo molto,molto lontano, un tempo così antico che anche le rocce più vecchie non ne conservano traccia, il Creatore di tutte le cose convocò presso di sé le diverse categorie di spiriti che aveva deciso di destinare alla Terra.
A ognuna chiese di formulare il più grande dei suoi desideri, al fine di procedere ad un'equa ripartizione delle specie.
Un buon miliardo di stelle nacquero e morirono mentre i diversi clan ponderavano con cura la delicata questione.
Infine ciascuno espresse la propria aspirazione dando libero sfogo ad ambizioni e sogni.
"Vogliamo l'onnipresenza e l'invisibilità" dissero i primi. Nacquero così batteri,virus e microbi.
"Noi desideriamo la fortuna!"
E presero forma le ostriche perlifere.
"Noi vogliamo soggiogare il mondo".
"Noi chiediamo soltanto la virtù della pazienza."
E vide la luce il ragno.
Taluni vollero l'eloquenza e furono trasformati in pappagalli.
Altri l'alta finanza e il Creatore riempì gli oceani di pescecani.
Altri ancora avevano una fortissima inclinazione alla convivenza sociale, lo pregarono di accordare loro la perfetta uguaglianza.
Furono pecore.
Altre richieste erano venate di poesia.
"Desideriamo diffondere la voce del vento ed imparare l'alfabeto dei fiori."
E le farfalle colorarono i cieli.
"Noi saremo gli eterni amanti della Luna, a lei soltanto intoneremo i nostri canti sconsolati."
Il Creatore generò i lupi.
Alcuni spiriti particolarmente rumorosi e inquieti si alzarono in piedi per pretendere con tono altezzoso
un quoziente intellettuale eccezzionalmente brillante e superiore agli altri.
Malgrado l'arroganza di una simile richiesta, il Creatore si strofinò il suo unico immenso occhio e creò gli uomini.
Rimaneva un po' in disparte un piccolo clan di spiriti stranamente silenziosi che osservavano la scena con un certo divertimento.
"E voi ,che cosa desiderate? Parlate senza timore."
La risposta giunse tra un mormorio soffuso.
"La saggezza, o nostro Signore."
Fu così che apparvero i gatti.
Racconti che fanno le fusa - Julia Deuley
Devo fare una piccola premessa a questo racconto: sono una gattofila. Amo tutti i gatti in ogni loro più piccolo aspetto e per questo quando ho visto questo libro non ho potuto fare a meno di comprarlo.
Non è un brutto libro, ma non tutti i racconti sono piacevoli. Oh alcuni sono molti poetici, altri raccontano di belle leggende sul perchè i gatti si comportino in certi modi, ma alcuni proprio non li ho capiti.
Dal momento che dopo averlo letto non mi sembra giusto consigliarvelo (e farvi spendere 10 euro per leggere solo alcuni bei racconti) ho deciso di fare una selezione di questi racconti e postarveli. Ovviamente se decideste di leggere il libro potreste trovare che alcuni racconti scelti da me non fossero più belli di altri da me scartati, ma siccome non posso accontentare tutti, vi dovrete accontentare voi!
E vi prego non ditemi che siete amanti dei cani!
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